Uno dei grandi temi dell’attuale ricerca scientifica sulla cannabis sono i suoi effetti sul cervello. Se per anni gli studiosi hanno cercato di analizzare cosa succede ai più giovani, con risultati spesso discordanti ma con la raccomandazione generale che il consumo di varietà con alti livelli di THC andrebbe evitato fino all’età adulta con la completa maturazione cerebrale, oggi si stanno concentrando su adulti e anziani. In questa fascia d’età infatti il consumo, spesso per uso medico, è in continuo aumento, in Italia così come nel resto del mondo. Secondo l’analisi [1] dell’Istituto Superiore di Sanità sulle prescrizioni italiane di cannabis dal 2019 al 2024, l’età media dei 28mila pazienti è di 60 anni e il 36% dei pazienti ne ha più di 65. Dall’altro lato sono sempre di più gli studi scientifici che raccontano come gli stessi pazienti, soprattutto nel caso di patologie croniche, riportino miglioramenti significativi nella qualità della vita e nella gestione dei sintomi.
«Quando abbiamo un farmaco come la cannabis che agisce perché migliora l’ansia, riduce la depressione, migliora il sonno e riduce il dolore, il paziente si trova in una situazione in cui la qualità generale della vita è migliorata», sottolinea il dottor Marco Bertolotto, medico oggi in pensione e tra i primi prescrittori di cannabis in Italia, facendo riferimento a recenti pubblicazioni scientifiche. «Non è poca cosa», evidenzia, «è già tantissimo, perché quando non abbiamo le armi per curare – un dolore cronico, se andiamo alla causa, è irrisolvibile – nel momento in cui rendiamo la qualità della vita del paziente migliore, abbiamo fatto un grande lavoro». La cannabis è una vera e propria fucina naturale di principi attivi che agiscono in sinergia tra loro per modulare il nostro sistema endocannabinoide, e, come dicono i medici che la conoscono a fondo, ogni terapia va cucita su misura sui bisogni del paziente.
In questo quadro, uno studio appena pubblicato [2] sul Journal of Studies on Alcohol and Drugs, dà nuovi strumenti per capire cosa accada agli adulti e anziani che utilizzano questa pianta. «I risultati evidenziano che la cannabis può influenzare la salute del cervello in modo diverso durante l’arco della vita, offrendo potenzialmente effetti protettivi in età avanzata e presentando rischi nelle fasi iniziali dello sviluppo. Gli effetti protettivi possono derivare dalla modulazione mediata dagli endocannabinoidi dell’infiammazione, della funzione immunitaria e della neurodegenerazione», scrivono nelle conclusioni i ricercatori che si sono detti stupiti dai risultati ottenuti.
La cannabis per rallentare il declino cognitivo
«La scoperta più ampia e complessiva è stata che un maggiore consumo di cannabis nel corso della vita tra gli adulti di mezza età e gli anziani (un totale di 26.362 partecipanti di età compresa tra 40 e 77 anni, con un’età media di 55 anni) era generalmente associato a volumi cerebrali maggiori e a migliori funzioni cognitive», ha infatti raccontato [3] l’autrice principale dello studio, Anika Guha, psicologa clinica e ricercatrice associata presso il Dipartimento di Psichiatria dell’Università del Colorado alla testata specializzata Medical Express. Per poi precisare: «In questo studio, abbiamo osservato che la maggior parte delle regioni cerebrali esaminate dimostrava una relazione positiva tra volume cerebrale e prestazioni cognitive. In questo senso, potremmo quindi pensare che volumi cerebrali più ampi nel contesto dell’invecchiamento riflettano il mantenimento del volume cerebrale e la preservazione delle funzioni cognitive, anziché, ad esempio, un fenomeno come l’atrofia che ci aspettiamo si verifichi con l’età».
Mentre lo studio sta attirando l’attenzione internazionale, grazie anche a testate come il New York Post, in ambito scientifico non si tratta di una novità assoluta: le evidenze sui possibili effetti benefici della cannabis e dei suoi componenti sul cervello adulto e anziano sono oggetto di studio da anni. Una delle prime prove solide in questa direzione, arriva da uno studio [4] effettuato su cavie animali nel 2017, con una pubblicazione su Nature Medicine curata di ricercatori dell’Università di Bonn e della Hebrew University di Gerusalemme. Dopo aver somministrato basse dosi di THC su topi di diverse età, a 2 mesi, quando sono ancora giovani, a 12 mesi, quando iniziano a manifestare segni di declino cognitivo e a 18 mesi, quando sono ormai anziani, ne hanno testato le capacità mnemoniche e di apprendimento. Sia a 12 che 18 mesi di età i topi che avevano ricevuto il THC hanno mostrato funzioni cognitive paragonabili a quelle dei giovani di soli due mesi, e gli scienziati avevano messo nero su bianco che: «Qui dimostriamo che una bassa dose di Δ9-tetraidrocannabinolo (THC) ha invertito il declino cognitivo correlato all’età nei topi».

Il doppio effetto anti-invecchiamento
Gli stessi ricercatori sono tornati sul tema nel 2024, con una pubblicazione [5] sulla rivista Pharmacology and Translational Science che conferma ciò che avevano scoperto: «Un trattamento a lungo termine e a basso dosaggio di Δ9-THC ha ripristinato le capacità cognitive e la densità delle sinapsi nei topi anziani». Per spiegare meglio la portata della scoperta basta leggere le parole di Andras Bilkei-Gorzo, ricercatore dell’Università di Bonn e medico dell’ospedale universitario: «Abbiamo concluso che il trattamento a lungo termine con THC ha inizialmente un effetto di miglioramento della cognizione attraverso l’aumento dell’energia e della produzione di proteine sinaptiche nel cervello, seguito da un effetto anti-invecchiamento».
Nel 2024 un’altra conferma di queste potenzialità è arrivata da uno studio [6] differente, che, a posteriori, ha analizzato i dati relativi a 4.744 adulti statunitensi di età superiore ai 45 anni, raccolti nel 2021 attraverso il Behavioral Risk Factor Surveillance System. Qui l’uso non era a scopo terapeutico, ma secondo gli scienziati ha comunque portato a una riduzione del rischio di declino cognitivo. Secondo lo studio scientifico pubblicato su Current Alzheimer Research l’uso adulto di cannabis è collegato in modo significativo a una diminuzione del 96% nella probabilità di percepire un declino cognitivo soggettivo (DCS). «La conclusione principale è che la cannabis potrebbe essere protettiva per la nostra cognizione, ma è davvero fondamentale avere studi longitudinali perché questo è solo un’istantanea del 2021», è stato il commento di Roger Wong, professore associato nel Dipartimento di Salute Pubblica & Medicina Preventiva dell’Upstate Medical University di New York.

CBD e CBN come neuroprotettori
In mezzo, ci sono però altri diversi lavori che attestano queste potenzialità. L’anno scorso uno studio finanziato dal governo canadese che è stato pubblicato [7] sull’importante rivista scientifica Frontiers in Aging Neuroscience, si è concentrato su un altro cannabionide contenuto dalla pianta, il CBD (cannabidiolo), molecola non psicoattiva e dalle molteplici proprietà terapeutiche. «I risultati di questo studio mostrano che il CBD agisce sulle risposte infiammatorie nel cervello e può migliorare il declino cognitivo associato all’invecchiamento», hanno affermato gli autori, aggiungendo che è «possibile che gli effetti del trattamento con CBD possano essere potenziati se viene utilizzato un estratto con THC e terpenoidi». Anche in questo caso lo studio è stato effettuato su topi anziani e il CBD ha comportato una riduzione dell’infiammazione in alcune regioni del cervello, tra cui l’ippocampo, che svolge un ruolo chiave nella memoria e nell’apprendimento.
Gli effetti del CBD sul cervello e le sue potenzialità nella neuroprotezione sono uno dei campi di applicazione del cannabinoide al centro dell’attuale ricerca scientifica. Secondo recenti studi, infatti, sarebbe in grado di prevenire l’invecchiamento delle cellule cerebrali e proteggere il cervello dalle condizioni neurodegenerative legate all’età o a patologie come Parkinson e Alzheimer. «I nostri risultati forniscono collettivamente nuove prove che il CBD agisce come neuroprotettore nei neuroni dopaminergici, riducendo la neurotossicità e l’accumulo di α-sinucleina (una proteina che gioca un ruolo fondamentale nella comparsa e nella progressione di alcune malattie neurodegenerative, NdA)», scrivono i ricercatori in una pubblicazione [8] su Neurochemical Research. Il CBD protegge il sistema nervoso grazie alla sua potente azione antinfiammatoria e una delle caratteristiche più comuni delle patologie neurologiche è proprio l’infiammazione cronica.
Ma anche il CBN (cannabinolo), altro cannabinoide contenuto nella pianta che non ha effetti psicoattivi, potrebbe aiutare a proteggere le nostre facoltà mentali. Questa molecola sembra agire preservando e proteggendo il funzionamento dei mitocondri, impedendo il loro danneggiamento. «Il cannabinolo protegge i neuroni da stress ossidativo e morte cellulare, due dei principali fattori che contribuiscono alla malattia di Alzheimer», ha affermato Pamela Maher, che ha guidato lo studio pubblicato [9] su Free Radical Biology and Medicine. «Questa scoperta potrebbe un giorno portare allo sviluppo di nuove terapie per curare questa malattia e altri disturbi neurodegenerativi, come la malattia di Parkinson».