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Rimpatri e “modello Albania”: il Parlamento UE approva la stretta sui migranti

La Fortezza Europa alza ulteriormente le proprie barricate esterne. L’Europarlamento ha infatti approvato una nuova stretta sulla gestione della migrazione, che allarga la lista dei Paesi “sicuri”, facilitando le pratiche di respingimento ed espulsione. Allo stesso tempo, sono state aggiornate le norme sui cosiddetti Paesi terzi sicuri. Gli Stati europei potranno ora più agilmente spedirvi i richiedenti asilo, anche nel caso in cui questi non abbiano alcun legame con quel Paese, aprendo contemporaneamente la strada al “modello Albania” – ovvero alla costruzione, in questi Stati, di hub per la gestione della migrazione, su modello dell’accordo tra Roma e Tirana. Ad essere calpestati sono, ancora una volta, i diritti delle persone migranti, mentre il 2026 potrebbe potenzialmente già configurarsi come uno degli anni più letali per le persone che cercano di giungere ai nostri confini.

La nuova lista approvata [1] dal Parlamento UE comprende ora anche Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. I cittadini provenienti da questi Paesi che presentino domanda di asilo potranno ora essere respinti o rimpatriati più rapidamente grazie a procedure semplificate, in caso non riuscissero a dimostrare di trovarsi in pericolo e di provare un fondato timore di persecuzione. In aggiunta a ciò, vengono approvati anche i nuovi criteri di definizione di Paese terzo. Un migrante potrebbe essere infatti spedito in un Paese terzo considerato “sicuro” dalla UE nel caso in cui: abbia non meglio specificati «legami culturali» con quel Paese, ne parli la lingua o vi sia presente un parente; esistano accordi bilaterali o multilaterali tra la UE e il Paese terzo per l’ammissione di richiedenti asilo (criterio che non si applica ai minori non accompagnati); la persona vi sia semplicemente transitata prima di giungere nella UE. Se sussiste una sola di queste condizioni, insomma, il migrante può essere respinto verso un Paese che non è nè quello in cui intendeva arrivare, nè tantomeno il proprio Paese di origine, ma una terza opzione considerata dall’UE la migliore. I due regolamenti dovranno ora essere adottati dal Consiglio e andranno a modificare il Patto su migrazione e asilo adottato dal Parlamento ad aprile 2024, che entrerà in vigore a partire dal 12 giugno di quest’anno.

Paesi sicuri solo sulla carta

In generale, l’UE definisce [2] «sicuro» un Paese dove non ci sono persecuzioni, rischio di tortura e trattamenti inumani o degradanti, dove sia garantito lo Stato di diritto e una protezione effettiva dei diritti fondamentali. La Tunisia, tanto per citare uno tra i Paesi inseriti nell’elenco di quelli sicuri, sfugge del tutto a questa definizione. Certo, trattandosi di uno dei principali punti di partenza verso l’Europa del Mediterraneo, è uno dei Paesi con i quali l’UE si è premurata di sottoscrivere accordi [3] per il controllo della migrazione, sulla scia di quanto fatto alcuni anni prima con la Libia. Solamente nel mese di gennaio 2026, dalle coste Tunisia sono partite in gran fretta un numero imprecisato di imbarcazioni, cariche di migranti che, secondo [4] testimoni e ONG, stavano cercando di sfuggire in fretta ai rastrellamenti sempre più frequenti da parte delle autorità tunisine. Nel pieno del viaggio, tuttavia, le imbarcazioni si sono scontrate con l’uragano Harry e nessuna di esse è arrivata alle nostre coste. Il numero accertato di dispersi, al 24 gennaio, è di 380 persone, cifra che include anche donne e bambini molto piccoli. Tuttavia, si stima che siano oltre mille le persone uccise dalla furia del mare e dai ritardi nelle operazioni di soccorso, in una delle più grandi tragedie del bacino mediterraneo degli ultimi decenni.

I motivi per i quali, nonostante il pericolo, le persone hanno scelto comunque di partire sono da anni documentati da video, foto, report, testimonianze, articoli e molto altro materiale, che interroga la scelta di definire la Tunisia un Paese sicuro. Le testimonianze parlano di raid della polizia che brucia [5] gli accampamenti dei migranti, deportazioni nel deserto (che d’altronde, secondo inchieste giornalistiche, avvengono grazie a fondi e mezzi forniti dall’UE), stupri, pestaggi e uccisioni deliberate che si ripetono giorno dopo giorno. Amnesty International riporta [6] come, dalla rielezione di Kais Saied, le autorità abbiano aumentato la persecuzione nei confronti non solo dei migranti, ma anche dei cittadini che esprimono dissenso, degli oppositori politici, di giornalisti, difensori dei diritti umani e ONG, oltre che tentato di ostacolare il lavoro indipendente della magistratura e lo Stato di diritto. Allo stesso modo, è critica la scelta di definire [7] Paese sicuro l’Egitto, dove il regime di al-Sisi ha più volte violato gli obblighi previsti dalla Convenzione contro la tortura tra uccisioni di massa dei manifestanti, detenzioni in condizioni disumane con sistematiche pratiche di tortura, dove i dissidenti politici vengono detenuti e uccisi e dove le condanne a morte dopo sommari processi di massa sono all’ordine del giorno. «Questo elenco è uno strumento per negare l’accesso alla protezione e legittimare la violenza e la persecuzione in questi Paesi», scrivono decine di organizzazioni in un appello [8] congiunto.

L’inganno dei numeri

Lo scorso 15 gennaio, l’Agenzia per il controllo delle frontiere UE Frontex ha diffuso [9] i dati secondo i quali il numero degli ingressi irregolari nel continente sarebbe diminuito del 26%, ovvero di circa 178 mila persone. Il risultato è dovuto agli accordi bilaterali o multilaterali siglati con Paesi esterni, ma anche a maggiori controlli di polizia e di guardie costiere alla frontiera, cui (come nel caso dell’Italia con la Libia) i Paesi UE forniscono mezzi, droni ed ogni sorta di equipaggiamento. I numeri puri, tuttavia, nascondo le vicende di esseri umani in carne ed ossa e il costo del raggiungimento dei traguardi percentuali. Come fa notare [10] il progetto Melting Pot, ad essere escluso dai dati ostentati da Frontex è il costo alle frontiere che permette questo “risultato”, tra violazione di diritti, omicidi, torture, compravendita di esseri umani e violenze di ogni genere. Sui numeri poi pesa anche la delocalizzazione delle procedure (il “modello Albania”, per l’appunto), grazie alla quale le domande di asilo sono gestite all’esterno dei confini europei.

Nel frattempo, la storia insegna che erigere barricate con cecchini armati non ha mai fermato i flussi di persone in cerca di una vita migliore, perseguitati alle frontiere per via di un “reato” amministrativo – ovvero la mancanza di un documento. Frontex stessa ammette che la situazione alle frontiere rimane «incerta», perchè «la pressione migratoria» si sposta rapidamente «da una rotta all’altra». Spesso più lunga e più pericolosa.

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Valeria Casolaro

Ha studiato giornalismo a Torino e Madrid. Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione, frequenta la magistrale in Antropologia. Prima di iniziare l’attività di giornalista ha lavorato nel campo delle migrazioni e della violenza di genere. Si occupa di diritti, migrazioni e movimenti sociali.