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La macabra inchiesta sugli italiani che facevano i cecchini per divertimento in Bosnia

L’ultimo aggiornamento di cronaca è di ieri: un uomo di ottant’anni di Pordenone, Giuseppe Vegnaduzzo, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Milano con l’accusa gravissima di essersi recato a Sarajevo durante gli anni dell’assedio cittadino (1992-1995) per sparare per divertimento sui civili. L’indagato, per ora, nega ogni addebito, ma c’è chi giura di averlo sentito vantarsi pubblicamente delle sue “imprese”. A ogni modo, questo sarebbe solo il tassello di un quadro molto più ampio su cui indaga la procura meneghina, che si concentra sulle testimonianze e le ricostruzioni che descrivono vere e proprie spedizioni in cui soggetti stranieri avrebbero pagato al fine di essere portati in posizioni controllate dalle truppe serbo-bosniache per sparare contro obiettivi civili. Come fosse uno sport.

L’indagine sui cosiddetti “cecchini del weekend” ha ufficialmente avuto inizio nel 2025, ma si è intensificata nelle ultime settimane. L’accusa principale contestata al primo iscritto nel registro degli indagati è di omicidio volontario continuato, aggravato da motivi abietti. I pubblici ministeri sono al lavoro nella verifica di spostamenti, acquisti di ticket di viaggio e timbri di passaporto risalenti agli anni Novanta. La finalità è quella di attestare se si tratti solo di casi isolati o di un sistema organico che prevedeva rotte organizzate, con network di connivenza e mediatori locali. È però molto complesso per i magistrati mettere mano agli accertamenti, sia per la distanza temporale dai fatti oggetto dell’inchiesta sia per l’esaurirsi delle tracce materiali.

Testimonianze e reportage balcanici – a partire dal documentario del regista sloveno Miran Zupanič intitolato «Sarajevo Safari» – hanno fornito [1] il terreno probatorio che ha riacceso il caso. Il quadro narrativo che emerge dalle rivelazioni raccolte in più inchieste è agghiacciante: sopravvissuti e testimoni locali raccontano di squadre straniere scese nelle colline attorno a Sarajevo per ricevere indicazioni e “posti” dove sparare, con la complicità o l’apertura di elementi delle forze d’assedio. Addirittura, nel reportage di Zupanič sono state fatte riemergere testimonianze di ex combattenti e civili che descrivono un fenomeno inquietante, con visite organizzate, intermediazioni locali e perfino tariffe prestabilite per colpi contro donne, anziani e bambini.

Tali racconti hanno portato giornalisti e attivisti italiani — tra cui lo scrittore Ezio Gavazzeni — a presentare esposti per sollecitare [2] l’avvio di accertamenti giudiziari. Le indagini milanesi hanno preso slancio in particolare grazie alle testimonianze di una donna che ha parlato di Vegnaduzzo come di un uomo violento, appassionato di armi, vicino all’estrema destra e solito vantarsi pubblicamente delle sue azioni. La donna avrebbe infatti riferito dei raccapriccianti racconti riferiti all’esperienza di Sarajevo, in cui l’uomo si vantava della “caccia” effettuata. Ieri Vegnaduzzo è stato sottoposto a interrogatorio: rispondendo alle domande dei pm milanesi, non ha soltanto negato di aver preso parte alle uccisioni dei civili tra il ’92 e il ’95, ma ha anche sostenuto di non avere mai messo piede nella città bosniaca. Vedremo come si svilupperò l’inchiesta.

Al netto di quelle che saranno le risultanze penali su specifici soggetti, è opportuno ricordare come l’oggetto dell’inchiesta non rappresenti una novità nel dibattito storico-giuridico sui massacri di Sarajevo: basti pensare che, come ricorda OBC Transeuropa, le prime informazioni su tali attività erano apparse già sulla stampa italiana all’inizio del 1995 e poi, nella Primavera dello stesso anno, in un articolo pubblicato in prima pagina su Oslobođenje, il più antico quotidiano della Bosnia Erzegovina. Non mancano, ovviamente, smentite e resistenze rispetto a indagini che proseguono senza sosta, con soggetti citati all’interno delle ricostruzioni testimoniali e giornalistiche – spesso interi gruppi di veterani – che negano ogni addebito e la veridicità delle ricostruzioni che li tirano in ballo.

L’assedio di Sarajevo, il più lungo mai registrato di una capitale europea dalla Seconda guerra mondiale, si protrasse per oltre tre anni, nel periodo compreso tra l’aprile del 1992 e il dicembre del 1995. Il fenomeno collocò la città in una cornice di sistematica violenza contro la popolazione civile, con colpi di artiglieria sui mercati e sui quartieri residenziali, sanguinari checkpoint e attacchi mirati con cecchini che trasformarono strade e piazze in “Sniper Alley”. Tale scenario provocò una vera e propria paralisi sociale. Le ricerche demografiche e i dossier giudiziari indicano [3] migliaia di morti e feriti tra i civili durante la fase dell’assedio, con stime aggregate e liste di vittime raccolte [4] per procedimenti internazionali. L’assedio provocò un’emergenza umanitaria: centinaia di migliaia di persone divennero dipendenti dall’assistenza internazionale e si registrò una diffusione di abusi – detenzioni arbitrarie, omicidi mirati e trattamenti inumani – denunciati da organizzazioni dei diritti umani.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.