Si tratta della più grande operazione francese per il combattimento ad alta intensità – ovvero uno scontro caratterizzato da un impiego massiccio di mezzi e uomini, armi pesanti e tecnologie avanzate. Nella sola fase iniziale, quella «dinamica», occuperà per tre settimane i cieli sopra la costa atlantica del Paese. La durata totale, invece, sarà di ben tre mesi. Lo scopo: dimostrare la «competenza» dell’esercito francese nel settore aereo e dimostrare la sua capacità di «impegnarsi in prima linea» in una guerra «ad alta intensità». L’operazione Orion 26, che ha preso il via la scorsa domenica 8 febbraio, oltre ad una esercitazione rappresenta una vera e propria dimostrazione di forza da parte della Francia che, come altre nazioni europee, sta investendo sempre più nel proprio apparato bellico per prepararsi a un ipotetico nuovo conflitto.
La prima fase, che si concluderà il 1° marzo prossimo, riguarderà dunque le operazioni aeree e metterà in campo 1500 aviatori. Il ministero delle Forze Armate spiega [1] che «Orion 26 rafforzerà la conduzione di un’operazione aerea complessa, mobilitando molteplici settori di competenza, garantendo al contempo la protezione del territorio nazionale da tutte le minacce esterne». Le operazioni, che termineranno il 30 aprile e coinvolgeranno anche mezzi navali e terrestri, coinvolgeranno in tutto 12.500 soldati. Le simulazioni riguarderanno un ipotetico conflitto scatenato da un Paese con mire espansionistiche che cerca di destabilizzarne uno vicino per mantenere la propria sfera di influenza, con una escalation che vede coinvolti anche vari tipi di attacchi ibridi.
Le operazioni di Parigi non si muovono in un contesto isolato: negli ultimi anni, tutti gli Stati europei stanno, in un modo o nell’altro, investendo risorse e fondi nel settore bellico. L’isteria prebellica (incendiata da dichiarazioni come quella [2] di Mark Rutte, segretario della NATO, secondo il quale la Russia potrebbe attaccare l’Alleanza nei prossimi cinque anni) ha portato [3] i 32 Paesi membri ad accordarsi su di un incremento delle capacità nazionali della Difesa pari al 3,5% del PIL, cui aggiungere un discrezionale 1,5% in investimenti correlati. Così, mentre tutti gli Stati tagliano risorse al welfare per incrementare la propria produzione di armamenti, in Norvegia si riattivano i bunker della Guerra Fredda, nelle scuole tedesche si educano i bambini alla “resilienza” e il Regno Unito lavora a esercitazioni di protezione della popolazione, mentre sempre più marchi [4] di produzione di automobili stanno avviando la riconversione dei propri stabilimenti a impianti di produzione di materiale bellico (complice anche la crisi dell’auto attuale). In questo contesto, sul piano del dibattito pubblico la discussione sulla preparazione ad una eventuale guerra viene del tutto normalizzata e qualsiasi tentativo di dibattito democratico per sottolinearne costi e conseguenze viene liquidato.