Partita il 26 novembre da Olimpia in Grecia e giunta il 6 dicembre in Italia, la fiaccola Olimpica ha percorso tutta la penisola per arrivare il 6 febbraio a Milano dove ha acceso il braciere olimpico per l’apertura delle XXV Olimpiadi Invernali 2026 di Milano-Cortina. Due mesi in cui la fiaccola, simbolo primario dei valori olimpici, ha toccato tutte le province italiane. Grande partecipazione popolare e grande battage pubblicitario, ma anche diffuse proteste, con grande evidenza mediatica per le prime e oscuramento totale per le seconde. Il motivo delle contestazioni? La presenza ai Giochi Olimpici della rappresentanza israeliana (ma non solo, come spiegheremo dopo), condividendo la richiesta del Comitato Olimpico Palestinese di escludere Israele dalle Olimpiadi di Parigi 2024 per violazione della tregua olimpica, evidentemente estensibile a omologhe competizioni. Richiesta parallela a quella rivolta nel 2024 dalla Palestine Football Association (PFA) al presidente della FIFA Gianni Infantino per l’esclusione di Israele dalle competizioni calcistiche internazionali. Anche questa richiesta non è stata accolta, e si tratta dello stesso Infantino che ha appena inventato dal nulla e attribuito a Donald Trump il premio FIFA per la pace, a compensazione del mancato Nobel.
Precedenti storici e doppi standard
L’esclusione dalle Olimpiadi di alcuni Paesi, per il mancato rispetto dei diritti umani, ha una storia lunga almeno sessant’anni. Il Sudafrica, nell’edizione di Tokyo 1964, era stato escluso a causa delle «politiche di apartheid e discriminazione razziale» imposte alla popolazione nera: l’esclusione è durata per tutte le successive edizioni, fino a Seoul 1988. Nel 1972, alle Olimpiadi di Monaco, era stato escluso lo Zimbabwe sempre a causa di politiche di discriminazione razziale.
A Sidney 2000 era stato escluso dai giochi l’Afghanistan dei talebani, per la violazione dei diritti delle donne. A Rio 2016, invece, non era stato ammesso il Kuwait a causa di modifiche alla legislazione sportiva che screditavano le Olimpiadi. Infine, a Parigi 2024 Russia e Bielorussia sono state escluse per l’invasione dell’Ucraina.
Purtroppo è ancora più lunga la pratica dello sportswashing, o comunque dell’uso strumentale dello sport per legittimarsi a livello interno e internazionale. Dalle Olimpiadi di Berlino del 1936, funzionali alla propaganda nazista, per arrivare ai Campionati mondiali di calcio in Qatar, al centro di grandi contestazioni per il mancato rispetto dei diritti umani.
Il ruolo politico dello sport
Il movimento BDS Italia [1](Boicottaggio-Disinvestimento-Sanzioni) ha quindi lanciato [2]un appello per la mobilitazione della società civile, in occasione del passaggio della fiaccola, per ribadire che le politiche di apartheid, occupazione e genocidio perpetrate da Israele nei confronti della popolazione palestinese vanno fermate, denunciando anche le pratiche di sportswashing, che permettono a Israele di presentarsi come un Paese civile e democratico. L’appello ricorda anche l’uccisione di oltre 800 sportivi palestinesi (tra atleti e dirigenti) solo nel corso degli ultimi due anni e la pressoché totale distruzione delle infrastrutture sportive a Gaza. Ci troviamo quindi di fronte a palesi violazioni non solo del diritto internazionale, ma anche della stessa Carta Olimpica e, alla luce di queste, si svela l’enorme ipocrisia degli organismi sportivi interpellati, che hanno rigettato tali istanze distinguendo in modo specioso tra le decisioni riguardanti il conflitto russo-ucraino e quelle relative al genocidio in Palestina.
La risposta all’appello è stata massiccia e diffusa. Nonostante il blackout mediatico, è stato evidente che la mobilitazione ha riguardato la maggior parte delle località italiane attraversate dalla fiaccola. Le proteste hanno avuto carattere non violento con cartelli, striscioni e slogan che chiedevano l’esclusione di Israele dai Giochi. Lo spiegamento di forze di sicurezza è stato imponente con evidenti direttive per avere un atteggiamento di minima tolleranza nei confronti di presidi fissi, purché distanti dalla meta finale. Ma appena si palesava l’intenzione dei manifestanti di accompagnare il cammino della fiaccola o di presenziare alla cerimonia di accensione del braciere alla fine di ogni giornata, la vigilanza si faceva più stretta fino all’interposizione fisica per impedire l’accesso degli attivisti al cospetto del palco della cerimonia. Non è mancata qualche colluttazione fino alla rottura del polso di un’attivista da parte di un poliziotto durante le proteste all’Aquila.
L’importanza del boicottaggio sportivo
Il tema del boicottaggio sportivo potrebbe sembrare secondario in uno scenario drammatico con oltre 70mila morti civili [3](di cui oltre 20mila bambini), centinaia di migliaia di feriti, la distruzione del sistema sanitario, educativo e la devastazione ambientale da parte dell’esercito israeliano (IDF) a Gaza. Bisogna considerare però che anche la distruzione del sistema sportivo fa parte della strategia israeliana di rompere i legami sociali e rendere più probabile l’abbandono della loro terra da parte dei palestinesi o la sottomissione al sistema di controllo totale nei loro confronti. E invece dal punto di vista israeliano l’esclusione dalle competizioni sportive, in primis quelle calcistiche, avrebbe un effetto dirompente nell’incrinare lo status di Paese intoccabile. Lo sport, da sempre, ha il potere di veicolare valori di coesione sociale perlopiù declinati in chiave identitaria e nazionalistica. Lo afferma anche Ilan Pappè, l’autorevole storico israeliano tra i maggiori critici del proprio Paese, quando, in occasione di un incontro pubblico, ha affermato nell’incredulità generale che l’esclusione di Israele dalla FIFA sia tra le cose più temute dai cittadini.
Missione impossibile? Forse no, anche solo ripercorrendo le ultime azioni di boicottaggio sportivo. La diffusa protesta per la presenza della squadra ciclistica Israel Premier Tech, che a detta del suo finanziatore aveva l’esplicito obiettivo di “lavare” a livello internazionale l’immagine di Israele, al Giro d’Italia e poi alla Vuelta a España, ha portato al ritiro del team IPT dalle ultime gare della stagione e infine all’interruzione dell’accordo del suo principale sponsor, appunto la Premier Tech, annunciato a novembre 2025. Della rinuncia invece degli sponsor della nazionale di calcio, prima Puma e poi Erreà, si è già parlato in precedenti articoli di questo giornale, così come del boicottaggio di Reebok [4] richiesto dal BDS in tutto il mondo. Nel caso poi delle Olimpiadi i motivi di boicottaggio si “sprecano”. Stiamo parlando di un evento che drena un’enorme quantità di denaro pubblico a beneficio dei privati. Con la scusa dell’occasione unica per valorizzare un territorio, oltre alla costruzione di ecomostri, il più delle volte abbandonati per inutilizzo dopo pochi anni, si costruiscono strade, varianti, parcheggi che, soprattutto per i giochi invernali, significano intervenire in modo devastante in un territorio particolarmente fragile. Per quanto riguarda le Olimpiadi estive spesso sono l’occasione per “riqualificare” interi quartieri della città estromettendo la popolazione residente meno abbiente. Spesso poi la tempistica urgente per una scadenza improrogabile crea condizioni lavorative al di sotto di qualsiasi minimo standard di sicurezza e di salario.
Nel corso delle proteste per il passaggio della fiaccola si sono manifestate anche rivendicazioni civili e ambientali relative a queste problematiche, a indicare che la lotta per la libertà della Palestina si intreccia e in qualche modo assume su di sé la battaglia per la libertà di tutte e tutti.