I have a dream. Ho fatto anch’io un sogno: ognuno di noi insegue qualcosa anche senza volerlo esplicitamente.
Ci si perdeva tra la folla, si seguiva una strada ma senza meta, la guida era un pensiero di fresca, anche un po’ gelida libertà, l’imperativo di un ‘non so dove’ che calpestavo passo dopo passo cantando dentro di me. Vivevo quell’«ora qui», l’«hic et nunc» degli Antichi.
Come una preghiera con cui non chiedi nulla per te ma qualcosa per il mondo intero, in cui ci si possa riconoscere, per andare avanti, come quella gente in marcia, in corteo.
Il canto stesso della vita che alternativamente è solitario e corale, mentale e musicale, il mio, il tuo, il nostro esserci che ci rende innamorati dello stesso palcoscenico, questa strada stipata che però non è un concerto, non è uno stadio, non è una coda in autostrada. È invece un io tu lei lui di cui sappiamo poco, e nemmeno forse quello che ci unisce.
Camminare, andare insieme ha anche una sua filosofia, produce una e molte vicinanze, ci rende tutto più familiare. Frédéric Gros, così scrive nel suo libro Andare a piedi ( RCS 2025): «Nella marcia…rivivo la condizione terrestre dell’uomo, incarnò di nuovo la sua povertà innata, essenziale… C’è dunque una sorta di fierezza nella marcia: siamo in piedi… La marcia promuove un’ideale di autonomia».
Pellegrinaggio urbano, una flânerie di massa, ad essere colti, le case che ribaltano fuori noi tutti, quelli di sei anni fa isolati per forza e quei piccini persino che allora non c’erano ancora.
Incontriamo chiunque e tutti sono onde-pensiero con i propri visi e le proprie espressioni, non chiediamo niente di nuovo, sono sempre quelle pretese arcane di parlarci invece che urlare, di capire prima di obbedire, di stare a sentire i bambini e i vecchi, quelli del non ancora e del non più, esclusi perché non produttivi anche se pur sempre consumatori.
Ma anche nel mio sogno l’irrazionale si prende inesorabile la sua parte. Ogni tanto qualche pazzo con l’auto va fatto passare perché non gli garba tutta questa gente in coda e vorrebbe travolgerla. Va bene, stiamo attenti!
Camminiamo, parliamo, molti hanno cominciato a urlare, qualcuno canta ma sembra stonato, perfino inutile. Il silenzio farebbe più rumore. Noi ci sentiamo maggioranza silenziosa ma questa volta siamo in strada, non più barricati in casa pieni di paura.
Sono sempre un poeta, nella folla e nel sogno. Sento che risuonano in me i versi delle “barricate misteriose” di Silvia Bre: «Ecco che piove,/come se da lontano un cuore astrale/lasciasse andare ogni ragionamento,/e noi sentiamo scorrere il minuto/che ricompone il mondo in un pensiero -/ed è il tempo di un bacio, di un saluto./Di tali cose l’esistenza ha amore».
Risveglio davvero amaro. Qualcosa, qualcuno interrompe, squarcia il tendone del palcoscenico nel solito flutto di sangue, squarcia la pace di una semplice verità che da sola non riesce a farsi notare.
Aveva ragione Pasolini: un poliziotto picchiato e picchiato con violenza e cattiveria vale molto di più di una qualsiasi altra persona. Sembra un mezzo suicidio. Ci siamo infatti anche noi dentro di lui: noi vorremmo che le barricate svanissero con giuste parole, con ascolti pazienti, vorremmo tenere separati controllo e aggressione, difendere le mille idee di una civiltà.
Decidere spetta a chi governa, ma decidere perché qualsiasi corteo, qualsiasi dissenso non riesca a diventare un reato. Perché la violenza, comunque sia, sempre, in ogni caso, darà ragione all’oppressione.