La Global Sumud Flotilla tornerà a sfidare il blocco israeliano sulla Striscia di Gaza. Più di 100 barche cercheranno di raggiungere la Palestina via mare, mentre due convogli daranno manforte via terra. Migliaia di persone mobilitate, tutte con un unico obiettivo: raggiungere Gaza e rompere l’isolamento e l’assedio che proseguono nel silenzio internazionale dopo l’inizio della “tregua”. La nuova missione dal basso per Gaza è stata annunciata ieri a Johannesburg, in Sudafrica: partirà in primavera e sarà la più grande missione civile mai organizzata per portare solidarietà alla popolazione palestinese. «Il 29 marzo partiremo da Barcellona, e poi a scaglioni ci saranno altre partenze: dalla Tunisia, dall’Italia e da altri porti del Mediterraneo», annuncia a L’Indipendente Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla.
La scorsa missione della Flotilla, fermata brutalmente [1] da Israele, aveva visto la partecipazione di 43 imbarcazioni con circa 500 attivisti da 44 Paesi diretti verso le coste di Gaza, in quella che era la prima iniziativa internazionale di massa portata avanti dalla società civile. «Questa volta saremo più di 100 barche, di cui due molto grandi: una completamente dedicata a medici e personale sanitario, con un migliaio di persone a bordo; e l’altra con circa 300 tra educatori e operai edili», afferma Delia.
Questa volta, in concomitanza con la navigazione delle barche, ci saranno anche due convogli di terra. «Uno attraverserà il Maghreb: partirà dall’Algeria e attraverserà la Tunisia e la Libia, per raggiungere l’Egitto. L’altro invece partirà dall’Asia orientale. Saranno convogli con centinaia di mezzi – camion e auto – che cercheranno di arrivare al valico di Rafah».
Anche sulle barche ci saranno aiuti materiali per la popolazione di Gaza, con la volontà di «aprire un corridoio umanitario permanente che, di fatto, non è stato riaperto». La portavoce sottolinea infatti che, nonostante si parli di “Fase due”, i valichi d’accesso a Gaza, tra cui Rafah, restano semi-chiusi e non permettono un afflusso sufficiente di aiuti in quella che è una «crisi umanitaria indotta dal governo israeliano». L’obiettivo politico, dice Delia, resta lo stesso: «rompere l’assedio di Gaza e il blocco navale illegale che continua a esistere». Sulla Striscia, infatti, i bombardamenti israeliani non si sono mai fermati: sono oltre 570 i morti palestinesi e 1.500 i feriti dall’inizio del cessate il fuoco di ottobre. Il valico di Rafah [2], riaperto solo pochi giorni fa, permette a pochissime persone di uscire ed entrare, mentre sono decine di migliaia quelle che necessitano cure all’estero o che vogliono tornare a Gaza.
«L’indifferenza e l’inazione dei governi testimoniano un comportamento vergognoso e complice, frutto di scelte di campo chiaramente guidate da interessi economici e politici. Noi, come società civile, parte di questo movimento creato dal basso, abbiamo scelto di non rimanere fermi e silenti». Anche se l’intensità dei bombardamenti è diminuita, dice Delia, «Gaza continua a essere sotto assedio, la Palestina continua a essere occupata, gli insediamenti illegali continuano a esistere e ad allargarsi in Cisgiordania… la Palestina continua a dover essere liberata», conclude.
In primavera ci sarà anche la nuova partenza delle Thousand Madleens [3] e della Freedom Flotilla Coalition [4], gli altri due movimenti internazionali che via mare cercano di rompere l’assedio di Gaza. «Dobbiamo continuare ad agire, a fare pressione, dentro i nostri Paesi così come alle coste della Striscia, affinché il genocidio finisca e la Palestina possa finalmente essere libera», dice Andrea Usala, uno dei rappresentanti delle Thousand Madleens Italia a L’Indipendente. «Intanto, a Genova, dal 18 al 22 febbraio, come Thousand Madleens stiamo organizzando un training con focus sul Mediterraneo politico, sulla resistenza in mare, sulla prossima missione della Flotilla: sarà aperto a diversi movimenti di resistenza. Ci sarà anche un concerto e un congresso tra le realtà che noi chiamiamo la “resistenza a terra”», continua Usala. «Quello che stiamo vedendo nell’ultimo periodo in Italia è semplicemente l’inizio di una repressione studiata, sintomo di un governo succube dell’amministrazione Trump. Le Flotilla ci devono ricordare che, se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo farlo da qui, dai Paesi occidentali complici. Anche questo è il senso del training», conclude il portavoce, invitando a tenere alta l’attenzione e a essere pronti a future mobilitazioni. «Speriamo con tutto il cuore che la missione in primavera sia l’ultima».