La Cina ha lanciato la sfida definitiva al dollaro statunitense in un contesto in cui i rapidi mutamenti negli assetti di potere e di alleanze globali si accompagnano inevitabilmente anche al sorgere di un nuovo sistema monetario globale orientato al multipolarismo. Secondo un commento pubblicato sulla rivista di punta del partito comunista cinese – Qiushi – il presidente Xi Jinping ha espresso la necessità che lo yuan diventi una valuta potente, sottolineando che «un Paese finanziariamente solido dovrebbe fondarsi su stabili fondamenta economiche, possedendo una forza nazionale complessiva, scientifica, tecnologica ed economica leader a livello mondiale». Per raggiungere questi obiettivi, l’articolo [1] sottolinea una serie di elementi finanziari fondamentali, tra cui una moneta e una banca centrale forti, istituzioni finanziarie e centri finanziari internazionali solidi. Secondo il quotidiano economico Financial Times (FT), l’obiettivo di Xi è trasformare lo yuan in una valuta di riserva mondiale da usare negli scambi internazionali. Un articolo completo del presidente cinese sulla questione verrà pubblicato domenica su Qiushi.
Secondo Kelvin Lam, economista senior di China+ presso Pantheon Macroeconomics, «La Cina percepisce il cambiamento dell’ordine globale in modo più concreto che in passato», e l’enfasi di Xi sul rafforzamento della valuta cinese riflette «le recenti rotture nell’ordine globale», come riporta [2] il FT. Il governatore della banca centrale cinese Pan Gongsheng, invece, già lo scorso anno aveva previsto un nuovo assetto valutario complessivo, affermando che lo yuan avrebbe gareggiato con altre valute in un «sistema monetario internazionale multipolare», che si sta gradualmente affermando parallelamente al declino economico-commerciale statunitense – dovuto a un forte squilibrio nella bilancia commerciale e all’alto debito pubblico – e al cambio di assetti geopolitici internazionali, che vede l’affermarsi di nuove potenze sullo scacchiere politico globale, tra cui Russia, Cina e India.
L’obiettivo, al momento, non è quello di sostituire integralmente il biglietto verde, bensì quello di rendere lo yuan un contrappeso strategico che limiti «la leva finanziaria degli Stati Uniti in un ordine finanziario in frantumazione», come ha spiegato Han Shen Lin, direttore nazionale per la Cina presso The Asia Group. Il tutto avviene in un momento di svalutazione del dollaro che sta lentamente perdendo il suo ruolo egemonico di valuta di riserva globale. Un segnale importante di questo processo è, tra gli altri, l’acquisto massiccio di oro da parte delle banche centrali di tutto il mondo. Il deprezzamento del biglietto verde rientra in una strategia commerciale, voluta soprattutto dall’amministrazione Trump, tesa a ridurre il deficit commerciale statunitense, rendendo i beni americani più competitivi all’estero e stimolando così le esportazioni per ridurre lo squilibrio della bilancia commerciale di Washington, che rappresenta uno dei problemi strutturali dell’economia statunitense. Tuttavia, mentre questa strategia non ha – al momento – ancora avuto particolare successo (il deficit commerciale rimane alto), si assiste contemporaneamente a una crisi di fiducia nei confronti della valuta americana che si traduce, da un lato, in una minore esposizione in dollari (la stessa Cina, ad esempio, sta riducendo le sue riserve di titoli del Tesoro statunitense), dall’altro, in un acquisto sempre più consistente di oro come asset di riserva.
La sfiducia nel dollaro dipende, a sua volta, sia da fattori geopolitici che da fattori economico-finanziari: l’uso del dollaro come strumento di ricatto finanziario nei confronti della Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina ha fatto in modo che diverse nazioni diminuissero i loro investimenti e scambi nella valuta americana, cercando di mettere a punto sistemi finanziari alternativi allo SWIFT, controllato dalle nazioni occidentali. D’altra parte, l’alto debito pubblico americano e la stessa svalutazione del dollaro hanno contribuito a fare allontanare gli investitori internazionali. È in questo contesto di forte volatilità e incertezza dell’economia e della divisa statunitense che si inserisce la dichiarazione di Xi Jinping circa la costruzione di un’architettura finanziaria cinese solida con caratteristiche diverse dal modello di sviluppo finanziario occidentale.
Da tempo il governo cinese, così come il gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) – che si è velocemente ampliato negli ultimi anni – sta lavorando alla cosiddetta de-dollarizzazione dell’economia e al rafforzamento dello yuan anche sul piano digitale: Pechino, infatti, sta incrementando l’uso e lo sviluppo dello yuan digitale [3] (e-CNY) con l’obiettivo di potenziare il commercio e gli investimenti transfrontalieri. Dal primo gennaio 2026, inoltre, il nuovo regolamento della People’s Bank of China (PBOC) permetterà alle banche commerciali di pagare gli interessi sui depositi in e-CNY, trasformando così la valuta digitale da semplice equivalente del contante a vera e propria moneta di deposito. Una mossa che mira a ridisegnare l’architettura finanziaria globale, sganciandosi dal dollaro e sottraendo terreno alla valuta statunitense. Oltre a questo, il Dragone può contare su un’economia commerciale solida che nel 2025 ha registrato risultati record [4] nonostante i dazi imposti dal governo statunitense: il surplus commerciale del gigante asiatico, infatti, ha raggiunto la cifra eccezionale di 1.189 miliardi di dollari, con le esportazioni salite del 5,5% annuo e le importazioni stabili.
In questo quadro economico-finanziario, Pechino ha deciso di lanciare la sfida definitiva al dollaro, nella prospettiva di un nuovo ordine monetario globale, perché, come scrivevamo già più di due anni fa su L’Indipendente, la creazione di un nuovo ordine mondiale [5] multipolare passa anche – e forse soprattutto – dalla moneta.