Negli ultimi giorni, il nome di Jeffrey Epstein è tornato a occupare titoli, aperture di telegiornali, breaking news e commenti “a caldo”. Molte testate hanno ingaggiato una corsa contro il tempo per commentare documenti appena desecretati dal Dipartimento di Stato americano, isolando nomi, mail, allusioni e pettegolezzi. “Le 12 accuse di stupro a Donald Trump negli Epstein Files”, “Musk e quelle email a Epstein che lo smentiscono: «Quando ci sarà la festa più scatenata?»”, “Bill Gates e le malattie veneree con le escort russe”, “Caso Epstein: mail shock da Sarah Ferguson, ex moglie di Andrea”. Titoli eloquenti, costruiti per catturare attenzione e traffico. L’Indipendente, in controtendenza, ha scelto di pubblicare finora un solo articolo [1], dedicato al crollo definitivo del mito di Bill Gates, coinvolto nel caso Epstein, come filantropo globale. Non per disinteresse, né per eccesso di cautela, ma per metodo. Davanti a oltre tre milioni di file, fingere di aver già compreso tutto sarebbe intellettualmente scorretto, una forma di gossip giudiziario spacciato per informazione. Preferiamo, invece, fermarci, leggere, analizzare, verificare. In altre parole: fare giornalismo.
Come già avevamo spiegato in un editoriale [2]pubblicato nel 2023, L’Indipendente su alcuni temi pratica consapevolmente un modello di “giornalismo lento” (slow journalism come viene definito in gergo con il solito inglesismo). Non perché sia una posa, ma perché è l’unico antidoto possibile alla bulimia informativa e alla pressione costante a pubblicare subito, anche quando non si è ancora capito nulla. È anche un metodo di autodifesa: contro le indiscrezioni, contro la tentazione del rilancio acritico, contro il rischio – tutt’altro che remoto – di amplificare e diffondere bufale. Pubblicare in ritardo non significa “bucare” una notizia: in molti casi significa pubblicarla meglio. Vuol dire sottrarsi alla dittatura dell’“eterno presente” delle breaking news, che consumano i fatti prima di spiegarli e riducono l’informazione a un flusso istantaneo e subito dimenticabile.
Chi oggi racconta con sicurezza cosa “c’è” negli Epstein Files omette un dettaglio fondamentale: nessuna redazione internazionale ha avuto il tempo materiale di leggere e scandagliare tre milioni di documenti. Si procede per estratti, anticipazioni, file selezionati, spesso decontestualizzati. Il risultato è una narrazione frammentaria, che privilegia il nome noto e l’aneddoto piccante. Trump, Musk, il principe Andrea, Bill Gates diventano calamite mediatiche, mentre il contesto scompare. Così, le stesse testate [3] che ieri liquidavano come paranoia gli accostamenti di Epstein al Mossad ora, riprendendo il Daily Mail [4], sbattono in prima pagina una fantomatica strategia chiamata «kompromat [5]», utilizzata dal finanziere pedofilo – diventato per taluni [6] il «gestore patrimoniale di Vladimir Putin» – che avrebbe agito per conto dei servizi segreti russi, procurando donne a numerosi personaggi influenti, per poi ricattarli. Inseguire il sensazionalismo rischia di ridurre un’inchiesta potenzialmente enorme – che non si limita né a crimini sessuali né tantomeno al pettegolezzo – a una lista di indiscrezioni, buone per alimentare il ciclo mediatico, ma inutili per comprendere i meccanismi che il caso Epstein chiama in causa. E che passa per la geopolitica, l’intelligence, un sistema articolato di ricatti e leve di potere.
Il nostro obiettivo non è rincorrere il particolare che rimbalza sui social o l’ennesima “rivelazione shock”, ma capire cosa c’è davvero di rilevante in quei documenti: connessioni, omissioni, responsabilità sistemiche, silenzi istituzionali. Per questo stiamo lavorando sui documenti senza fretta e senza clamore, con l’intenzione di restituire ai lettori ciò che conta davvero. Tutto il resto è rumore, destinato a sparire all’orizzonte con il prossimo scandalo.
C’è poi una contraddizione che merita di essere evidenziata. Per anni, gran parte dei media mainstream ha derubricato il caso Epstein a “teorie del complotto”, facendo passare l’idea, cavalcata prima dai DEM e poi dallo stesso Trump, che il sistema Epstein fosse una “truffa [7]” o una “bufala”, assimilabile a un club di pervertiti. Oggi, gli stessi media che ieri urlavano al cospirazionismo banchettano sui dettagli più piccanti, come se il problema fosse il nome famoso finito nei titoli e non il sistema che lo ha reso intoccabile per decenni e che, presumibilmente, è stato creato e nutrito da una o più regie oltreoceano. È un cambio di narrazione che non nasce da una rinnovata onestà intellettuale, ma da una precisa opportunità editoriale.
Noi rivendichiamo l’accuratezza e il diritto di non pubblicare tutto subito. Non perché non ci sia nulla da dire, ma perché – al contrario – c’è ancora troppo da capire. In un panorama mediatico che scambia la velocità per valore, continuiamo a credere che il giornalismo abbia senso solo se si prende il tempo di fare il suo lavoro. Anche – e soprattutto – quando tutti gli altri corrono. Nei prossimi giorni inizieranno a uscire nostri aggiornamenti sul tema.