Dopo una settimana di indiscrezioni è arrivata l’ufficialità: SpaceX, l’azienda spaziale di Elon Musk, assorbirà xAI, la società di intelligenza artificiale fondata dallo stesso Musk. L’obiettivo dichiarato è quello di portare i sistemi di IA e i data center in orbita, ma nel breve periodo la mossa appare soprattutto come un’operazione di razionalizzazione interna, pensata per riequilibrare i libri contabili così da far risultare profittevole l’intero ecosistema di aziende che rispondono alla medesima proprietà.
La notizia è stata confermata ieri, lunedì 2 febbraio, attraverso un messaggio [1]firmato dal proprietario delle due aziende. Nel testo, Musk sottolinea come gli attuali data center consumino quantità ingenti di acqua ed energia, al punto che “nel prossimo futuro” la loro espansione “causerà difficoltà alle comunità e all’ambiente”. La soluzione proposta dall’azienda spaziale? Intensificare le sue operazioni di lancio e portare l’infrastruttura computazionale fuori dall’atmosfera. Nelle intenzioni del miliardario, un milione di satelliti alimentati a energia solare dovrebbe trasformarsi in altrettanti nodi di calcolo orbitanti, capaci di sostenere la crescente fame energetica dell’industria dell’intelligenza artificiale, garantendone la scalabilità.
L’annuncio entra subito in collisione con la verosimiglianza e va probabilmente letto più come un esercizio di propaganda aziendale che come una reale pianificazione strategica. Anche sorvolando sul fatto che l’espansione dei data center stia già contribuendo a crisi idriche [2] ed energetiche [3], a un aumento dell’inquinamento acustico [4] e a un’impennata dei costi delle componenti informatiche [5]; e sorvolando persino sul fatto, ormai assodato, che il concetto originario di “scalabilità” dell’IA fosse perlomeno ottimista [6], resterebbero comunque da affrontare ostacoli logistici e tecnici di proporzioni enormi. Ancor più che Musk stima che l’intera operazione possa essere fruttuosa nell’arco di 2 o 3 anni.
Attualmente SpaceX ha in orbita circa 11.000 satelliti, tra operativi e dismessi, e già questa densità è oggetto di critiche diffuse [7], con gli altri vettori che lamentano che le operazioni dell’azienda stiano causando disagi, concorrenza sleale e pericoli di collisione. In questo contesto, la richiesta — già presentata [8]all’aviazione statunitense — di centuplicare la propria presenza nello spazio solleva inevitabili preoccupazioni. Un’eventuale approvazione rischierebbe infatti di generare frizioni diplomatiche e di accelerare in maniera sensibile la già frenetica corsa spaziale. Considerando che le previsioni di SpaceX si sono spesso rivelate poco affidabili – l’azienda riteneva possibile riportare l’uomo sulla Luna entro il 2024 [9] e avrebbe dovuto inviare razzi su Marte già nel 2018 [10] — è plausibile che la domanda venga ridimensionata in modo significativo nel corso dell’iter.
La visione di Musk è talmente ambiziosa da sfiorare l’improbabile, ma molti osservatori sottolineano che il vero esito della fusione vada interpretato più sul piano finanziario che su quello tecnico. xAI difficilmente può offrire un contributo sostanziale alla progettazione di data center spaziali – e certamente nulla che giustifichi un’acquisizione stimata [11]in 250 miliardi di dollari – mentre SpaceX, forte dei suoi cospicui contratti governativi, è invece perfettamente in grado di tamponare il fragile piano industriale dell’azienda di intelligenza artificiale.
L’imprenditore non avrebbe fatto altro che replicare su scala maggiore uno schema già sperimentato lo scorso marzo [12], quando la startup di intelligenza artificiale xAI aveva acquistato il social X, formalmente il suo principale cliente. Per mettere le mani su X – all’epoca noto come Twitter – Musk aveva impegnato anche risorse personali, quindi era particolarmente interessato a sanare il buco finanziario che aveva creato ipervalutando la piattaforma. Vendere a sé stesso gli ha consentito di sganciare la valutazione dell’azienda dal suo reale valore di mercato, trasformando le quote di un social in declino in partecipazioni legate a una startup al centro delle frenesie d’investimento. L’acquisizione di xAI da parte di SpaceX delinea un quadro analogo. I documenti societari indicano che la nuova entità – una società privata da circa milleduecento miliardi di dollari [13] – offrirà benefici tangibili a chi ha scommesso su Grok.
Chi detiene azioni di xAI riceverà 0,1433 azioni di SpaceX per ogni titolo posseduto, oppure potrà scegliere un pagamento in contanti pari a 75,46 dollari per azione. Il tutto rientra nella strategia dichiarata [14] di preparare SpaceX allo sbarco a Wall Street. La posta in gioco è enorme, tanto che indiscrezioni [15]suggeriscono che lo stesso schema potrebbe essere replicato per consentire a SpaceX di fagocitare anche il gigante dell’automotive Tesla: un’azienda oggi indebolita dal rallentamento degli incentivi all’acquisto di veicoli elettrici, da una gamma di modelli sempre meno competitiva e da un crescente malcontento nei confronti della figura di Elon Musk.