«Vogliamo il nostro fiume vivo, non un corridoio di esportazione morto»: questo il principio dietro l’azione dei membri di 14 popoli originari del Brasile che, da oltre una settimana, sta bloccando l’ingresso agli stabilimenti di Santarém della multinazionale statunitense Cargill. Il dragaggio del fiume attraverso il quale deve avvenire il trasporto, secondo gli attivisti, avviene infatti senza licenza ambientale e senza consultazione libera, preventiva e informata, come stabilito dalla Convenzione n. 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). Le operazioni potrebbero comportare ripercussioni negative su alcune zone del comune di Itaituba, di Santarém e altre città toccate dal fiume. Il ministero dei Popoli Indigeni, nelle scorse ore, ha confermato che non esiste alcuna autorizzazione per la realizzazione del dragaggio e che questa non potrà essere presa senza una corretta consultazione con le popolazioni locali e senza previa valutazione ambientale.
Le operazioni, denunciano gli attivisti, sarebbero autorizzate dal decreto 12.600/2025, che concede vie navigabili alle aziende private e amplia i tratti di intervento in aree sensibili, comprese regioni con siti archeologici e terreni sacri. Per questo motivo, circa 150 persone si sono accampate nella zona a partire dallo scorso 22 gennaio, chiedendo la sospensione immediata dei dragaggi. In tutta risposta, l’azienda ha dichiarato di non avere «nessuna influenza» sulla questione sollevata dalle popolazioni originarie. Il problema, per gli attivisti (riuniti nel CITA, il Conselho Indigena Tapajò e Arapiuns, che rappresenta sociopoliticamente i 14 popoli del Basso Tapajòs), è che le operazioni di dragaggio potrebbero avere conseguenze sull’intero letto del fiume, comrpomettendo le attività delle popolazioni che vivono lungo la riva del fiume e intaccando l’intero bioma della regione.

«Da oltre dieci giorni combattiamo per la vita, per la nostra e per la vita del fiume Tapajòs. L’occupazione di Cargill a Santarém è frutto dell’incuria, della malafede e della violenza di uno Stato che insiste nel negarci risposte e nel servire gli interessi delle grandi corporazioni. Il governo ci ha promesso dialogo, ma è ancora assente. Nessuna risposta concreta, nessuna autorità con potere decisionale, nessun impegno reale. Anche questa è violenza. Riconfermiamo: siamo contro ogni progetto di morte. Siamo contro il decreto 12.600/2025, che minaccia i nostri territori e i nostri fiumi. Siamo contro il dragaggio a Rio Tapajòs. Andremo avanti nella resistenza, con coraggio e dignità, perchè difendere Tapajòs è difendere la vita» dichiara [1] il CITA. In una lettera pubblica, ricondivisa dai quotidiani locali e letta dagli attivisti nella sede della protesta, le popolazioni indigene del Basso Tapajós ricollegano inoltre la misura a una serie di politiche che starebbero minacciando i territori indigeni nel Paese, tra le quali il Marco Temporal (legge che modifica il sistema di delimitazione delle terre indigene nel Paese), la proposta di modifica della Costituzione, l’indebilimento delle autorizzazioni ambientali e i conflitti fondiari nella regione.
Nelle scorse ore, il ministero dei Popoli Indigeni (MPI) ha rilasciato un comunicato [2] nel quale dichiara che il fiume Tapajós «è vita, territorio, memoria e base dell’esistenza fisica, culturale e spirituale delle popolazioni indigene e delle comunità tradizionali che da esso dipendono e se ne prendono cura», sottolineando che la sua difesa richiede più che «semplici procedure amministrative», ma «comprensione, collaborazione, presenza dello Stato e misure efficaci di protezione dei popoli e dei difensori dei diritti umani». Il ministero ha dichiarato legittime le motivaizoni della manifestazione, ribadendo che nessuna attività di dragaggio del fiume piò procedere senza che sia portato correttamente a termine il processo di consultazione con le popolazioni locali. «Il MPI riconosce che il contesto dello Stato del Pará è caratterizzato da una storia di violenza contro le popolazioni indigene e i difensori dei diritti umani. Per questo motivo, ribadisce il porprio impegno nei confronti del dovere di prevenzione, agendo affinché non si amplino i conflitti che espongono i leader a rischi».
Nonostante si fosse posto come difensore dei popoli originari e dell’ambiente, con iniziative quali l’introduzione dello stesso MPI, il governo del presidente Lula ha preso una lunga serie di decisioni che sembrano in realtà muoversi nella direzione opposta e che hanno suscitato lo scontento delle popolazioni originarie. Tra queste vi sono, per esempio, il via libera [3] concesso alle trivelle nel Rio delle Amazzoni, che permette all’azienda statale Petrobras di dare il via alle azioni di ricerca e poi di estrazione del greggio, o la decisione di svendere [4] alle multinazionali estere i propri giacimenti petroliferi, anche quelli che si trovano in aree incontaminate – come la foce del Rio delle Amazzoni.
(Credits foto di copertina: Conselho Indígena Tapajós e Arapiuns, CITA)