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Gli Epstein Files hanno fatto crollare il mito di Bill Gates sui media mainstream

«Intanto, registriamo la caduta del mito del bravo ragazzo Bill Gates». È dalle colonne del Corriere della sera [1], che Aldo Cazzullo prende atto della disintegrazione di un’icona fino a ieri considerata intoccabile. La pubblicazione della nuova tornata degli Epstein Files sta producendo un effetto domino, che travolge uno dei miti più protetti del nostro tempo: Bill Gates, filantropo globale, il benefattore illuminato, celebrato per decenni dai media mainstream. Le nuove rivelazioni – che lo collegano nuovamente a Jeffrey Epstein, a rapporti sessuali con escort russe, a presunte malattie veneree e a richieste di antibiotici da somministrare di nascosto alla moglie Melinda – stanno incrinando irreversibilmente una narrazione costruita con cura.

Rispondendo ai lettori sulle rivelazioni degli Epstein Files, Cazzullo certifica con rammarico l’imbarazzo di fronte ai dettagli trapelati, ma tenta di rendere meno traumatica la caduta del CEO di Microsoft, osservando che: «Alla fine cascano quasi tutti sul sesso» e che «non sappiamo se rallegrarci nel verificare che anche Gates è un essere umano, o pensare a quanto l’essere umano sia debole, fragile, insicuro, condizionabile». Parole che rivelano lo sforzo di salvare ciò che resta di un mito ormai compromesso. Sempre sul Corriere [2], Massimo Gaggi ripercorre come le nuove accuse emerse stiano portando «a fondo la reputazione» di Gates e descrive tre fasi della sua parabola: il genio tecnologico degli anni ’90, il filantropo “santificato” del nuovo secolo (con circa 100 miliardi di dollari donati e l’impegno a devolvere oltre il 99% del patrimonio) e, infine, il declino morale dell’«arcangelo Bill in caduta libera verso un abisso luciferino». Eppure, nonostante il Corriere della Sera e molte altre testate – da Open [3] a La Stampa [4] – sembrino accorgersi solo ora delle ombre che circondano Gates, la frantumazione della sua immagine “immacolata” è un processo iniziato da tempo e tutt’altro che improvviso. Per anni, il fondatore di Microsoft ha goduto di una “sorta di lasciapassare” sui media. Generalmente presentato come il genio nerd che vuole salvare il mondo, il cofondatore di Microsoft è stato persino battezzato “Saint Bill da  Rory Carroll su The Guardian [5], con un ritratto agiografico dell’ex «ragazzo pallido con le lentiggini», che da boy scout è finito per salvare il mondo con la beneficenza, «avendo ereditato il mantello di Rockefeller e Carnegie».

A livello internazionale, la reputazione di Gates ha iniziato a incrinarsi con le notizie di comportamenti sessuali inappropriati a partire dal 2019, ma è stato il divorzio [6] da Melinda Anne French, che ha scoperchiato dettagli compromettenti e la profonda preoccupazione dell’ex moglie per l’amicizia con Jeffrey Epstein, da lei definito “il male in persona [7]”. Se il Corriere [8] lo scopre solo oggi, già nel 2023 erano emerse notizie su un presunto ricatto orchestrato da Epstein, che avrebbe minacciato di rendere pubblica la relazione tra Gates e la giocatrice di bridge russa Mila Antonova [9]. Nel 2024, la giornalista del New York Times Anupreeta Das ha pubblicato la biografia non autorizzata Billionaire, Nerd, Savior, King, elencandone le infedeltà e la compulsività nel provarci con le stagiste. Nonostante ciò, gran parte della stampa mainstream ha continuato a ignorare il fango, proseguendo indisturbata nel racconto edificante [10] (basti ricordare l’intervista [11] di Fabio Fazio a Che tempo che fa dell’anno scorso) solo fino a pochi giorni fa.

Il frame di Bill Gates quale “bravo ragazzo” che vuole salvare il mondo con la beneficenza e i vaccini, non è stato il risultato di un’ingenua ammirazione: è il prodotto di una strategia precisa, che ha trasformato la filantropia in leva di potere. Nel quadro del filantrocapitalismo, la Fondazione Gates ha agito da kingmaker, orientando non solo le priorità della salute globale, ma anche l’ecosistema informativo. Un’inchiesta [12] di MintPress News firmata da Alan MacLeod ha documentato come la Fondazione abbia distribuito 319 milioni di dollari a media e organizzazioni legate all’informazione, coinvolgendo grandi testate internazionali, scuole di giornalismo, centri di formazione, associazioni di stampa e borse di studio universitarie. Ne emerge un circuito autoreferenziale in cui formazione, accesso alla professione e carriera giornalistica risultano intrecciati agli stessi flussi di finanziamento, generando un evidente conflitto d’interessi e una forma strutturale di subordinazione informativa nei confronti del principale finanziatore.

Alla luce di tutto questo, gli Epstein Files non fanno che rendere visibile ciò che inchieste giornalistiche e libri documentati avevano già smontato da anni: il mito filantropico di Bill Gates era una costruzione funzionale al potere. La stampa mainstream, legata da interessi economici, finanziamenti e convergenze ideologiche, ha scelto a lungo di non vedere, minimizzare o addirittura difendere, alimentando l’aura salvifica attorno a Bill Gates. Ora, il mito è caduto, e con esso l’illusione dell’intoccabilità.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.