Per circa un quarto del proprio territorio, l’Ecuador è interessato dall’estrazione di gas e petrolio, tra siti in produzione e altri in fase di progettazione. Si tratta di 7 milioni di ettari coinvolti, distribuiti in 65 blocchi in concessione, l’88% dei quali localizzati in Amazzonia. Qui vivono diversi popoli indigeni, le principali vittime delle trivelle: il 61% delle concessioni riguarda infatti territori ancestrali mentre il 21% aree protette. Un impulso al fenomeno estrattivo, quantificato [1] da una recente ricerca dello Stockholm Environment Institute, è stato dato dalle politiche del presidente neoliberista Daniel Noboa. La devastazione di questi territori comporta tutta una serie di rischi ambientali e sanitari, amplificati da pericoli geologici: frane e attività sismica hanno già causato gravi sversamenti di petrolio, con migliaia di persone e interi ecosistemi colpiti.
Il presidente Daniel Noboa, in continuità col predecessore Guillermo Lasso, ha presentato nel 2023 la Hydrocarbon Roadmap, un piano di nuove trivellazioni riguardanti in larga parte le aree indigene, senza la consultazione dei popoli che le abitano da millenni e dunque in violazione della legge. Il consenso “libero, preventivo e informato” è infatti un istituto previsto dalla Costituzione ecuadoriana che obbliga le autorità a consultare le comunità indigene prima di realizzare piani suscettibili di alterare i territori ancestrali. La Hydrocarbon Roadmap prevede nuove trivellazioni sia lungo la costa pacifica sia nella Foresta Amazzonica, in aree abitate da diversi popoli indigeni, come gli Andwa, Shuar, Achuar, Kichwa, Sápara, Shiwiar e Waorani. Anche le aree protette, dall’alto valore naturalistico, non sono state risparmiate. Si pensi ad esempio al Parco nazionale Yasuní, tra i maggiori custodi di biodiversità al mondo, dove soltanto nel 2023 un referendum popolare aveva fermato le trivellazioni.
Non è ancora definito il quadro delle multinazionali che beneficeranno delle nuove concessioni di gas e petrolio. Le gare per le licenze sono in corso, con diversi attori interessati, Cina su tutti. Già nel maggio scorso la SINOPEC, azienda statale cinese, si è unita in un consorzio con la canadese New Stratus Energy, aggiudicandosi un contratto ventennale per l’estrazione nel blocco di Sacha, il più produttivo del Paese.
Il giro d’affari previsto dalla nuova stagione estrattiva ammonta a circa 50 miliardi di dollari. Profitti estratti sulla pelle dei popoli indigeni che annunciano battaglia: «L’Amazzonia non è in vendita. Difenderemo i nostri territori perché non siamo stati consultati. Questa è la nostra casa», ha detto Nadino Calapucha, leader Kichwa. La denuncia delle comunità indigene, così come di tante organizzazioni non governative, concentra l’attenzione sulle conseguenze dell’esposizione ai processi estrattivi.
Si è in presenza di un duplice impatto: sull’ambiente, inquinando falde acquifere e terreni, e sulla salute, aumentando le probabilità di sviluppare malattie respiratorie e cardiovascolari. Come riportato dallo Stockholm Environment Institute, diversi siti di estrazione sono poi localizzate lungo faglie sismiche attive, aumentando il rischio di eventi estremi. Nel 2020, l’attività sismica e le frane hanno danneggiato l’oleodotto trans-ecuadoriano. Ciò ha provocato lo sversamento di 15mila barili di petrolio nel fiume Coca, alterando un ecosistema abitato da oltre 27mila indigeni.