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La repressione dei movimenti socialisti e antimilitaristi nella Russia di Putin

In Russia, ancora oggi e tanto più oggi, esiste l’idea che Fanfani in Italia, negli anni ’70, teorizzò come quella degli “opposti estremismi”: infatti in Russia, se da una parte i gruppi neonazisti russi, in qualche caso, in passato erano in un certo senso “tollerati” (uno degli assassini degli antifascisti Markelov e Baburova [1], avvenuto nel 2009, in particolare Nikita Tikhonov, ricevette un certo appoggio, seppur esterno, da parte del defunto leader dei “liberal-democratici”, LDPR, Vladimir Zhirinovskij mentre lo stesso Naval’nij, il “dissidente” più noto dalle nostre parti e morto in carcere nel 2024, nei primi anni 2000 sfilava a fianco dei neonazisti russi della “Russkij Marsh” [2], nei primi anni 2000 permessa dalle autorità russe. Questo senza ignorare che comunque i tanti gruppi neonazisti russi, da BORN, “Organizzazione da combattimento dei nazionalisti russi” a “Russkij Obraz”, “Immagine russa”, colpevoli di gravi omicidi, venissero condannati a ergastolo o a pene pesantissime). Da un po’ di anni il Cremlino ha dato un pesante giro di vite e anche i gruppi extraparlamentari di sinistra (quelli che non aderiscono al KPRF, il Partito Comunista russo di Zjuganov, che è filo-governativo), che sono stati messi sotto indagine più volte e, in particolare, dall’inizio della “Operazione speciale militare”, come al Cremlino chiamano il conflitto russo-ucraino: vale a dire, chiunque abbia espresso, anche sui social, critiche all’operazione è caduto sotto la scure dell’FSB, il servizio segreto federale russo. Come è accaduto nel marzo del 2022 a Ufa, capitale della repubblica russa della Bashkirija quando cinque attivisti “marxisti” [3] sono stati arrestati e condannati pochi giorni fa a pene pesantissime che vanno tra i 16 e i 22 anni di carcere duro. 

Naval’nij a fianco dei neonazisti russi della “Russkij Marsh”

«Erano tutte persone diversissime tra loro – spiega,  Andrej Demidov, attivista marxista anch’egli ed espatriato a Parigi, sindacalista e membro dell’Unione della sinistra post-sovietica che raggruppa militanti marxisti di tutti gli ex-Paesi Urss – i cinque erano un deputato locale, un medico, un pioniere (vale a dire, un uomo che da bambino, ai tempi dell’Urss, ha fatto parte dei gruppi sovietici di adolescenti, nda), un disoccupato e addirittura una guardia giurata. A capo del gruppo, un circolo di discussione marxista costituitosi nel 2016, c’era proprio il medico, Aleksej Dimitriev. Una volta alla settimana si riunivano, discutevano di varie questioni teoriche, come la dittatura del proletariato, a volte bevevano e sotto l’effetto della vodka criticavano il potere costituito, senza sapere che uno di loro, che alla fine non è stato arrestato, era già stato reclutato dai servizi segreti». I cinque, dice ancora Demidov, si erano espressi più volte contro l’Operazione militare speciale. E la polizia ci è andata giù pesante. «Cos’è stato? Una vendetta per il rifiuto di collaborare con i servizi segreti o una minaccia a tutti i russi di sinistra affinché avessero paura anche solo di discutere un’alternativa all’attuale regime? Propendo per la seconda ipotesi», dice Demidov che non esclude sia stato applicato l’uso della tortura nei confronti degli arrestati durante la detenzione. Sorprende che polizia e sistema giudiziario russi si occupino e si applichino così tanto nella repressione di gruppi, tutto sommato molto marginali, anche nella vita politica del Paese. Ma tant’è. «Subito dopo l’inizio della guerra, tutte le grandi organizzazioni “comuniste”, KPRF, RCRP e altre, hanno sostenuto le autorità russe, schierandosi dalla parte del loro governo (anche se ufficialmente questi partiti fanno parte dell’opposizione, nda).

Sergei Stanislavovich Udal’tsov, il leader del Levij Front, il Fronte della Sinistra

La sinistra antimilitarista è stata costretta ad uscire da queste organizzazioni e crearne di proprie. Al momento esistono diverse organizzazioni di sinistra non molto grandi che cercano di interagire con i lavoratori, sostengono le proteste sociali come l’aumento dei prezzi, l’ecologia ecc. e sviluppano teorie di sinistra applicate alle condizioni moderne», spiega ancora Demidov. L’esempio di Sergej Udal’tsov è addirittura paradossale: il leader del Levij Front, il Fronte della Sinistra, sono più le volte che è in carcere piuttosto che in libertà. Eppure ha sostenuto e sostiene [4] l’intervento militare russo in Ucraina, fu favorevole all’annessione della Crimea nel 2014 (esattamente come un altro gruppo politico ricercato in Russia: gli anarco-situazionisti di “Voinà” [5], l’organizzazione da cui si formarono in seguito le “Pussy riot”) ma critica le disuguaglianze sociali, il carattere “borghese” del potere russo. Per questo motivo viene arrestato con ogni pretesto. Durante le manifestazioni anti-Putin del 2011 fu portato in carcere perchè aveva attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali. “Curiosamente” si ritrovò subito dopo ricoverato in ospedale dove chi scrive tentò pure di andare a trovare (inutilmente: quando all’infermiere venne detto che Udal’tsov era un leader dell’opposizione, quelle risero in faccia all’interlocutore). 

L’edificio Lubjanka (ex quartier generale del KGB) – ora sede dell’FSB – a Mosca

Un discorso a parte lo meritano gli anarchici russi: a cominciare dagli attivisti di ‘’Avtonomnoje Deistvie’’ (‘’Azione Autonoma’’) ai gruppi più piccoli, tutti sostengono la difesa dell’Ucraina e alcuni di loro, ad esempio,  sono andati anche a combattere a fianco dei paramilitari nazisti di Azov. Una situazione, come si vede, molto complessa che in Occidente spesso è difficile da decifrare (e quando in Occidente ci provano, tagliando la realtà con l’accetta, fanno danni). «Vorrei sottolineare che esiste un altro campo – continua Demidov –  si tratta della sinistra ucraina, che ripone le sue speranze non tanto nel popolo russo quanto nella sconfitta militare della Russia da parte dell’Ucraina e della NATO. Sono militaristi. Non credo che abbiano un futuro politico». Demidov conclude: «Credo che il 100% di questi casi sia stato fabbricato dall’FSB. Ci possono essere delle discussioni, ma in uno Stato normale le discussioni non sono un reato. Si parla molto e, va detto, giustamente, di repressioni politiche, dissenso e libertà di parola, dimenticando però che qualcosa di simile sta accadendo anche nell’Occidente “democratico e libero”, dove negli ultimi anni si è assistito a un’escalation senza precedenti. Purtroppo, l’Occidente (e l’Ucraina) sta seguendo le orme della Russia in termini di censura e punizione penale dei dissidenti. In Francia possiamo ricordare la repressione del movimento dei “gilet gialli” o le repressioni contro gli attivisti filopalestinesi. Lo stesso vale per altri paesi dell’UE e per gli Stati Uniti. Questo è un chiaro segno della crisi della democrazia borghese».

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Giancarlo Castelli

Giornalista professionista dal 2003, ha lavorato come redattore presso varie testate nazionali radio, web e cartacee. Per L'Indipendente si occupa di questioni sociali e di Russia.