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Stragi: dopo Bellini, la Procura di Caltanissetta vuole archiviare anche Dell’Utri

Il braccio destro di Silvio Berlusconi ed ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri non deve andare a processo per la strage di via D’Amelio. A stabilirlo – e non è una sorpresa – è la Procura della Repubblica di Caltanissetta, che negli ultimi mesi ha provveduto a chiedere di archiviare le inchieste sui principali personaggi della “zona grigia” finiti sul registro degli indagati per gli attentati che hanno scosso l’Italia nei primi anni Novanta. Pochi mesi fa si era mossa così anche nei confronti di Paolo Bellini, ex terrorista nero già condannato per la strage di Bologna. L’ex fondatore di Forza Italia, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, rimane comunque indagato a Firenze per le stragi del 1993 e va verso il processo a Milano per 42 milioni di euro ricevuti da Berlusconi, ritenuti dai pm il «prezzo del silenzio» pagato dal Cavaliere.

L’iscrizione nel registro degli indagati di Dell’Utri per la strage che il 19 luglio 1992 vide la morte di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta riguardava l’ipotesi che l’intervista rilasciata [1] da Borsellino alla tv francese Canal+ del 21 maggio 1992 (che non fu trasmessa fino ai primi anni Duemila), in cui il magistrato menzionava le indagini sulle connessioni tra il boss Vittorio Mangano e Dell’Utri, nonché sui potenziali interessi mafiosi per le aziende di Berlusconi, potesse aver costituito l’input per la consumazione dell’attentato. Come ricorda la sentenza di appello sulla strage di via D’Amelio del marzo 2002, infatti, «Cosa Nostra era in condizione di sapere che Paolo Borsellino aveva rilasciato una clamorosa intervista televisiva a dei giornalisti stranieri, nella quale faceva clamorose rivelazioni su possibili rapporti di Vittorio Mangano con Dell’Utri». Secondo i giudici, non poteva escludersi che i contenuti dell’intervista a Borsellino «siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno ne abbia informato Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze».

Sta di fatto che, per l’ennesima volta, la Procura ha deciso di chiedere l’archiviazione. Uno scenario verificatosi [2] recentemente anche nel caso di un altro indagato “eccellente” come Paolo Bellini, su cui ora – come su Dell’Utri – dovrà esprimersi il gip. Giovane membro del MSI e poi di Avanguardia Nazionale, legatissimo a Stefano Delle Chiaie, negli anni Novanta Paolo Bellini divenne killer di ‘ndrangheta, per poi pentirsi e confessare 13 omicidi. Nel giugno del 2023, Bellini era stato perquisito e interrogato dagli inquirenti: nel decreto venivano ricostruiti i suoi viaggi in Sicilia nel 1992, che sarebbero stati effettuati anche per incontrare il boss di Altofonte Nino Gioè, in prima linea nell’attentato di Capaci a Giovanni Falcone del 23 maggio ’92 e poi protagonista di uno strano “suicidio” in carcere nel 1993. Recentemente, Bellini è stato condannato all’ergastolo per essere stato uno degli esecutori della strage [3] di Bologna del 2 agosto 1980.

Questi fatti si inseriscono in un contesto di forti tensioni dentro il Palazzo di Giustizia nisseno. Lo scorso dicembre, infatti, la gip Graziella Luparello ha rigettato [4] per la seconda volta dal 2022 la richiesta di archiviazione avanzata dai pm nisseni sull’inchiesta dei cosiddetti “mandanti esterni” degli attentati del 1992, ordinando loro di procedere con nuove indagini. Qui, però, si è aperto uno scontro istituzionale senza precedenti: la Procura ha reagito ricorrendo in Cassazione contro il provvedimento, giudicato “abnorme”, addirittura rifiutandosi di porre in essere le “attività a sorpresa” (dunque assai urgenti e potenzialmente non ripetibili) ivi previste. Sullo sfondo, vi è l’esame di elementi sempre più centrali sul possibile ruolo dell’eversione di destra, della massoneria coperta e dei servizi deviati nel concepimento e nell’esecuzione delle stragi di Capaci e via D’Amelio.

A ogni modo, Marcello Dell’Utri ad oggi risulta ancora iscritto nell’indagine sulle stragi del 1993 pendente alla Procura di Firenze. Nell’aprile 2024, i pm fiorentini hanno chiuso proprio un filone [5] di inchiesta inerente il patrimonio di Dell’Utri per la presunta violazione della normativa antimafia e, in concorso con sua moglie, per trasferimento fraudolento di valori, con l’aggravante di aver agito «al fine di occultare la più grave condotta di concorso nelle stragi ascrivibile a Silvio Berlusconi e allo stesso Dell’Utri». Negli scorsi mesi, il procedimento è stato spostato per competenza a Milano, con i magistrati della città meneghina che hanno chiesto di mandare a processo Dell’Utri e la moglie per 42 milioni di euro di donazioni ricevuti da Berlusconi e mai dichiarati al Fisco.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.