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Il medico che sapeva narrare il suo tempo: 165 anni fa nasceva Anton Cechov

165 anni fa a Taganrog, una piccola cittadina costiera della Russia meridionale, nasceva Anton Pavlovič Čechov. Chi si avvicina per la prima volta alla letteratura russa, quasi sempre si fionda su Tolstoj o su Dostoevskij, si fa sedurre dalla fantasia dirompente di Bulgakov, quasi mai presta attenzione a questo Anton Pavlovič Cechov, famoso per lo più per le sue opere teatrali. Cechov non salta subito all’occhio, ha invece quella che mi piace definire una bellezza nascosta. 

I suoi racconti più belli hanno nomi come La signora col cagnolino, L’uomo nell’astuccio, La corsia n. 6, niente a che vedere con titoli altisonanti come Guerra e pace o Delitto e castigo, eppure nella biblioteca di un vero lettore non dovrebbe mai mancare una copia dei racconti di Cechov.

Čechov, infatti, non fu solo uno dei più prolifici autori di racconti del mondo russo e del teatro moderno, ma le sue idee hanno ispirato generazioni di filosofi e di scrittori. Fu un medico innanzitutto, professione che ponendolo a stretto contatto con la sofferenza influenzò profondamente la sua visione del mondo. La sua attenzione ai poveri e a quelli che la società definiva emarginati nacque da una pratica concreta di osservazione e di cura. Fu autore di reportage e di inchieste, approccio che fece di Cechov un precursore del giornalismo d’inchiesta. I suoi racconti e le sue pièce teatrali non sono soltanto pagine di narrativa, ma strumenti per osservare la vita, misurarne le ingiustizie e interrogarsi sul ruolo di ciascuno nella società. Fu insomma uno scrittore che fece della ricerca della verità un principio irrinunciabile. Fin da ragazzo era allergico alle verità preconfezionate e diffidava delle ideologie. E per tutta la vita non farà che domandarsi: come raccontare la realtà senza aderire a dogmi o semplificazioni? Ma per capire Cechov, è necessario conoscere non soltanto lo scrittore ma l’uomo.

Osip Braz: Ritratto di Čechov, 1898

Se aveste davanti il ritratto che gli fece Osip Braz, vedreste un uomo snello e agile, vestito secondo la moda di fine Ottocento, con il colletto inamidato e la barbetta a punta. Gli occhi malinconici che brillano dietro le lenti del pince-nez, sono lo specchio della pazienza. 

Immancabilmente gentile, instancabilmente curioso, era sempre pronto a parlare con chiunque avesse un animo sensibile e una mente aperta. Per tutti aveva una parola gentile: E alle parole dava grande peso; espressioni pompose, false, libresche lo irritavano oltre misura.

Il nonno era stato un servo della gleba, il padre un umile bottegaio di provincia. Durante l’infanzia visse in una famiglia segnata dalla povertà e da un’educazione autoritaria. Suo padre era un uomo severo, spesso incline alla rabbia, che non risparmiava punizioni fisiche e morali, imponendo una disciplina rigorosa ai figli. La povertà costrinse la famiglia a rinunce continue, e Anton, già da bambino, dovette assumersi responsabilità precoci: aiutare nei piccoli lavori domestici, sostenere i fratelli più giovani, fare i conti con un’insicurezza economica costante. A scuola, sebbene dimostrasse grande intelligenza e curiosità, si confrontò con insegnanti inflessibili e con compagni di classe indifferenti, circostanze che rafforzarono in lui la capacità di osservare la sofferenza altrui e lo resero profondamente sensibile alla solitudine e all’ingiustizia. 

Dopo la laurea in medicina, incominciò a esercitare la professione di medico. Si avventurava a tarda notte su strade dissestate con il suo piccolo calesse soltanto per prestare soccorso a uno dei suoi tanti pazienti.

I Čechov nel 1874: Anton è il secondo in piedi a sinistra. A destra, uno zio con la moglie e il figlio.

Dopo un pranzo organizzato per celebrare l’anniversario della liberazione dei servi della gleba confidò al suo diario: «Era una faccenda assurda e fastidiosa stare a tavola, bere champagne, ascoltare discorsi inneggianti al risveglio degli umili, alla libertà, mentre nello stesso istante, altri servi in abito nero correvano da un tavolo all’altro, ugualmente schiavi, e fuori all’aperto, intirizziti dal freddo, sostavano i cocchieri». Fu sempre critico nei confronti dell’intelligencija russa, ma più di tutto detestava l’ipocrisia.

Senza questa sua straordinaria sensibilità e la costante disponibilità a chiacchierare con tutti, difficilmente sarebbe riuscito a creare quella colossale enciclopedia del mondo russo che va sotto il nome di Racconti di Čechov. I racconti di Cechov si leggono in un lasso di tempo che va dalla mezz’ora al massimo di un paio di giorni. 

Ci troverete uomini e donne di ogni classe, età e genere: medici, studenti, maestri, ricchi proprietari terrieri e semplici contadini che spesso si domandano: come si conquista l’infinito? Come superare l’ostacolo di quella siepe che circoscrive il mio mondo? C’è il giovane di La mia vita che lascia la comoda casa paterna, gli agi e i lussi della vita borghese per cercare un modo di vita più etico; la ragazza del Cantuccio natio che va alla ricerca di qualcosa che «che assorba tutte le forze, fisiche e morali», e dia un senso e uno scopo alla sua vita. I personaggi più riusciti di Cechov sono dei sognatori, uomini buoni che vorrebbero agire bene, ma che non riescono mai a tradurre in realtà i loro propositi. 

Cechov invece non se ne restò mai con le mani in mano. Costruì scuole e biblioteche, musei e ospedali, lottò affinchè sorgesse a Mosca la prima Casa del popolo con tanto di biblioteca, sala di lettura e auditorio. 

A Tangarog, invece, la sua città natale, allestì con l’aiuto del pittore Il’ja Repin un Museo di pittura. Si muoveva nella vita con il passo svelto e lieve di chi misura con precisione le ore: ora c’erano i pazienti da visitare, ora i libri da spedire alle scuole che aveva fondato, ora i parenti e gli amici in difficoltà ai quali prestava denaro, pur non avendone mai molto. «Se ogni uomo facesse quanto è in suo potere sul proprio pezzetto di terra, come sarebbe meraviglioso il mondo!». Questa era in breve la sua filosofia di vita.

Nel 1890 Cechov decise di compiere un lungo viaggio attraverso la Siberia per visitare la colonia penale dell’isola di Sachalin, l’Isola dei Dannati. Una volta arrivato a Sachalin rimase disgustato dal trattamento disumano riservato ai prigionieri. «Sachalin», scrisse nel libro-inchiesta nato da quell’esperienza, «è il luogo delle più intollerabili sofferenze. Adesso tutta l’Europa sa che la colpa non è dei carcerieri, ma di ognuno di noi; però questo ci lascia indifferenti, non c’interessa». 

L’isola di Sachalin sul Pacifico

Parole che potrebbero essere state scritte oggi, se solo sostituissimo il nome di Sachalin con la Palestina o uno dei tanti carceri-gulag odierni come Guantanamo, sistemi carcerari e centri di detenzione in cui la violenza, l’indifferenza e la negazione dei diritti umani restano strutturali. Dalla Palestina alle carceri sovraffollate di molte nazioni, il principio resta lo stesso: la responsabilità non è solo di chi applica la violenza, ma di chi permette che le ingiustizie diventino routine sociale. Il lavoro di Cechov anticipa così un’etica della denuncia, basata sull’osservazione diretta e la capacità di rendere visibile ciò che le istituzioni spesso vogliono nascondere. 

Ma per tornare a Cechov… i suoi ultimi anni furono felici dal punto di vista letterario. A questi anni risalgono i suoi capolavori teatrali, ma il successo e la fama vanno di pari passo con un lento e progressivo peggioramento delle sue condizioni di salute. A nulla servirono i continui viaggi, i soggiorni nelle stazioni termali, la decisione di trascorrere gli inverni a Jalta, nella speranza che il clima mite della regione possa giovargli. 

Nel 1901 Cechov sposò l’attrice Olga Knipper. Nel 1903 andò in scena il suo ultimo, grande capolavoro: Il Giardino dei ciliegi, dramma che ci mostra quanto sia difficile rinunciare al proprio passato anche se ormai è perduto e irraggiungibile.

Nell’estate del 1904 si trasferì assieme alla moglie nella stazione termale di Badenweiler. Poi una notte si svegliò all’improvviso e chiese alla moglie di chiamare il medico. Quando arrivò il dottore, Cechov sollevò leggermente il capo e gli disse con voce tranquilla: «ich sterbe»: ”io muoio”. Il medico provò a suggerire che venisse portata una bombola d’ossigeno, ma Cechov gli rispose che sarebbe stato inutile. 

Allora il dottore ordinò una bottiglia di champagne. Cechov prese il bicchiere, si volse verso Olga e le disse: «è da tanto che non bevo champagne». Vuotò lentamente il bicchiere, si distese sul fianco sinistro e poco dopo smise di respirare. 

La morte di Cechov segnò la scomparsa di uno degli osservatori più penetranti del suo tempo, un uomo capace di trasformare la realtà in letteratura e di affrontare le ingiustizie anche quando sembrano lontane o inevitabili. Ogni generazione può riconoscervi questioni etiche e sociali ancora irrisolte, dall’ineguaglianza economica alla marginalizzazione dei più deboli, fino alle violazioni sistemiche dei diritti umani 

«Il filosofo» (nel nostro caso lo scrittore) scrive Friedrich Nietzsche, «deve essere la cattiva coscienza della sua epoca». Cechov fu la cattiva coscienza della sua epoca e forse può esserlo anche della nostra.

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Guendalina Middei

Nata a Roma nel 1992, scrittrice appassionata di letteratura russa e cultura classica, collaboratrice di diverse riviste letterarie. Sui social la sua pagina Professor X è un punto di riferimento per oltre cinquecentomila lettori. Autrice di diversi libri e romanzi, l'ultimo dei quali è "Sopravvivere al lunedì mattina con Lolita" (Feltrinelli, 2025).