Controlli biometrici agli ingressi e alle uscite; check-points e sorveglianza degli spostamenti; portafogli elettronici in shekel per controllare i trasferimenti bancari, insieme a una riscrittura della storia che normalizza l’occupazione israeliana sui territori palestinesi.
La chiamano «comunità pianificata» ed è il nuovo possibile modello per una serie di campi residenziali da costruire sulle macerie di Gaza. Di fatto, un nuovo esperimento sociale, un panopticon basato sulle tecnologie biometriche, descritto come un «caso di studio» e finanziato interamente dagli Emirati Arabi Uniti. Un progetto che rischia di essere il modello per la ricostruzione della Striscia di Gaza.
Il piano dettagliato è stato presentato il 14 gennaio a un gruppo di donatori europei presso il Centro di Coordinamento Civile Militare (CCMC) di Kyryat Gat (nel sud di Israele), l’organismo a guida americana istituito nell’ottobre 2025 con l’accordo di pace a firma Trump che avrebbe dovuto coordinare gli sforzi di stabilizzazione e soccorso nella Striscia di Gaza. I documenti della presentazione sono stati svelati da un’inchiesta giornalistica di Drop Site News [1] e poi dal The Guardian [2]. Già lo scorso novembre era stata diffusa la notizia che l’amministrazione Trump stesse progettando nell’area occupata e controllata dall’esercito israeliano complessi residenziali chiamati «comunità sicure alternative» per «ospitare» (ovvero rinchiudere) i palestinesi di Gaza. Ora, se ne ha la conferma.
Secondo l’analisi delle immagini satellitari effettuata da Forensic Architecture, sembra che la prima di queste «comunità pianificate» sia già in fase di preparazione su un terreno di 1 km quadrato a Rafah, all’incrocio di due corridoi militari. Circa 25mila residenti palestinesi avranno accesso a servizi di base come istruzione, assistenza sanitaria e acqua corrente. Ma il prezzo, è alto. Per entrarvi bisogna ottenere un numero di identificazione personale che verrà rilasciato tramite un’accurata selezione dalle autorità in coordinamento con il COGAT, il ramo dell’esercito israeliano che sovrintende agli affari civili palestinesi nell’occupazione della Cisgiordania e di Gaza. Secondo le informazioni ottenute, verranno privilegiate le «famiglie estese intatte» (una grossa rarità da trovare a Gaza dopo oltre due anni di genocidio), residenti con una certa professionalità (professori, medici, personale amministrativo, professionisti della finanza) e gli abitanti che già vivevano nell’area, mentre si escluderanno tutti coloro che sono considerati «elementi di Hamas» o loro affini. Anche il sistema educativo verrà strettamente controllato e riscritto dagli Emirati Arabi Uniti, il Paese arabo che più ha normalizzato i rapporti con israele, per «impedire che una popolazione priva di istruzione e senza occupazione si dedichi ad attività inadeguate». Cosa si intenda con “attività inadeguate” sembra palese: riscrivere la storia per evitare di ritrovarsi giovani palestinesi che vogliono combattere Israele. Dimenticando, inoltre, che nonostante la brutale occupazione israeliana, i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania avevano uno dei tassi di alfabetizzazione più alti al mondo, che nel 2020 ha superato il 97%, con alti tassi di iscrizione all’istruzione secondaria e superiore.
Lo smantellamento di UNRWA, l’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi che da decenni si occupa di garantire servizi come sanità e istruzione, insieme al blocco delle ONG internazionali che operavano sul territorio, è uno dei tasselli fondamentali per la riuscita del piano illustrato al CCMC e che ha ottenuto il benestare di Israele. In questo modo, si elimina ogni alternativa, per obbligare i palestinesi ad accettare queste forme abitative, spingendoli tramite l’arma della fame e della necessità a essere parte di questo nuovo esperimento sociale e tecnologico. Il tutto, in nome della “sicurezza”.
I progettisti prevedono diverse iniziative per «prevenire l’influenza di Hamas», con l’introduzione di portafogli elettronici in shekel per «mitigare la diversione di beni e fondi verso i canali finanziari di Hamas», sostituendo l’economia gazawa basata in gran parte sulla moneta contante. La presentazione non menziona il fatto che Israele sta limitando l’ingresso di merci a Gaza da oltre 20 anni. Un portavoce dell’IDF ha affermato che Israele non parteciperà alla costruzione o alla gestione del complesso degli Emirati Arabi, ma che sarà l’ISF (la Forza Internazionale di Stabilizzazione) a partecipare con le sue truppe sul campo. Non è specificato chi effettuerà i controlli per l’accesso o gestirà la raccolta di dati biometrici.
«Questa comunità che sta per essere realizzata a Rafah costituirà il modello su cui basarsi per approfondire e ampliare il controllo israeliano», ha dichiarato a Drop Site Jonathan Whittall, un alto funzionario delle Nazioni Unite in Palestina tra il 2022 e il 2025, dopo aver esaminato una trascrizione dei materiali. «Questa è la fase successiva nella militarizzazione degli aiuti». L’esperto specifica: «Dopo che Gaza è stata rasa al suolo, affamata e deliberatamente sottoposta ad assedio negli ultimi anni, queste “nuove” comunità costruite sulle macerie delle case della popolazione non sono solo laboratori di governance per testare il controllo e la sottomissione definitivi, ma sono anche la reincarnazione dei campi profughi. Sono progettate per contenere una nuova generazione di palestinesi espropriati, efficacemente selezionati e confinati in zone sempre più ristrette controllate da Israele in cambio della sopravvivenza. Nel frattempo, le cosiddette “zone rosse” rimangono sotto assedio, sempre più isolate da un sistema umanitario che viene deliberatamente ostacolato».
Intanto, nella Striscia di Gaza, Israele continua a bombardare. Ieri, 27 gennaio, due palestinesi sono stati uccisi a Gaza City, mentre aerei da guerra israeliani hanno lanciato [3] raid aerei a Rafah, a Gaza e Khan Younis, accompagnati da pesanti raffiche di fuoco provenienti da veicoli militari. La marina israeliana ha anche attaccato con colpi di arma da fuoco e bombardamenti i pescherecci palestinesi al largo della costa di Khan Younis. Mentre il silenzio dei media è gia calato sulla Striscia, e si parla di “fase due” di un cessate-il-fuoco mai iniziato, salgono a 488 il numero di palestinesi uccisi dai militari di Tel Aviv dagli accordi dell’11 ottobre, e a 1350, il numero dei feriti registrati. Almeno 1300 le violazioni del cessate-il-fuoco commesse da Israele.