La tensione nei Caraibi non accenna a diminuire dopo il blitz [1] americano contro il Venezuela dello scorso 3 gennaio, conclusosi con la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores. Il presidente Donald Trump ha infatti alzato il tiro e ha minacciato in maniera diretta Messico, Colombia e Cuba. Lo scorso 17 gennaio, dunque, il Consiglio Nazionale di Difesa Cubano si è riunito per valutare e rafforzare i piani di preparazione militare e contrastare eventuali piani di cambio di regime sull’isola da parte di Washington.
Per il governo cubano l’attacco al Venezuela è stato un duro colpo per diversi motivi: Caracas è il principale partner ideologico dell’Avana, con il suo modello socialista bolivariano fortemente vicino ai valori della Rivoluzione. La special relationship tra i due Paesi garantiva alla più grande delle Antille un rifornimento costante di petrolio, vitale per tenerne in piedi l’economia strangolata da più di 60 anni di blocco economico, e assicurava a Caracas di poter contare su personale militare e dei servizi segreti cubani per la sicurezza delle proprie infrastrutture. Ed è proprio tra questi elementi cubani che si contano le maggiori vittime del blitz statunitense del 3 gennaio, costato la vita a circa 80 uomini delle forze di sicurezza a guardia della residenza da cui sono stati prelevati Nicolás Maduro e Cilia Flores. Cuba piange [2] in questi giorni le sue 32 vittime, ma al tempo stesso si prepara a un attacco che, ormai sembra certo, non è lontano.
Le stesse dichiarazioni dell’establishment statunitense non lasciano spazio a dubbi: già all’indomani dell’attacco a Caracas il Segretario di Stato Marco Rubio aveva detto che Cuba era “in guai seri [3]”, mentre Trump dichiarava «Cuba sta per crollare. Non credo serva alcun intervento».
La prospettiva di un regime change a L’Avana non è nuova alla politica statunitense, che ne è anzi il principale sponsor da ormai più di sessant’anni, con alle spalle diversi attentati sull’Isola e almeno un tentativo fallito di invasione armata. Già in estate, il dispiegamento [4] della più grande flotta navale mai schierata nel Mar dei Caraibi aveva preoccupato fortemente il governo cubano, consapevole di essere nella lista nera del Presidente statunitense: d’altronde, lo stesso Trump nel suo primo mandato aveva inasprito [5] fortemente le già drastiche misure economico-commerciali-finanziarie in vigore all’epoca da cinque decenni, che strangolano l’economia cubana e le impediscono un accesso equo ai mercati internazionali. Un attacco al Venezuela, tra i principali partener cubani nella regione, alleato nelle più influenti organizzazioni regionali (come la CELAC e l’ALBA), rappresenta chiaramente un avvertimento e una minaccia per l’Avana.
Non sorprende allora che lo scorso 17 gennaio si sia riunito il Consiglio Nazionale di Difesa [6] «con l’obiettivo di aumentare e migliorare il livello di preparazione e coesione degli organi di gestione e del personale», di «valutare la preparazione militare in caso di guerra», secondo un comunicato diffuso da canali ufficiali. L’incontro, presieduto dal Presidente di Cuba Miguel Díaz-Canel, aveva l’obiettivo di «analizzare e approvare i piani e le misure per la transizione allo Stato di Guerra», come parte della «preparazione del paese secondo il concetto strategico della Guerra dell’intero Popolo», si legge su Cubadebate.cu [7].
L’espressione si riferisce alla dottrina formulata da Fidel Castro, assurta a concezione difensiva strategica del Paese, basata sullo «spiegamento del sistema di difesa territoriale come fondamento della sua potenza militare e sull’uso più vario di tutte le forze e risorse della società e dello Stato», secondo l’articolo [8]3.b della Ley 75 de la Defensa Nacional.
Lo Stato di Guerra non è ancora stato dichiarato, ma L’Avana inizia a prepararsi allo scenario peggiore, quello di un tentativo di regime change sul modello venezuelano recentemente sperimentato. Uno scenario che, al netto delle dichiarazioni neutraliste di Trump – secondo cui «Cuba cadrà da sola» – sembra farsi sempre più reale.
Da un lato, il Presidente ha annunciato [9] sui social un prossimo aumento del 50% delle spese militari, dagli attuali 1.000 miliardi di dollari (già il 13% in più rispetto allo scorso anno) a 1.500 miliardi entro la fine del 2027. Una promessa che finora si limita a un annuncio social, e per la quale sembra difficile l’amministrazione riuscirà a reperire i fondi necessari.

Dall’altro lato, un’inchiesta del Wall Street Journal [10] ha rivelato che l’amministrazione statunitense starebbe attivamente puntando a un cambio di regime a Cuba entro la fine dell’anno, e che si sarebbe già mossa per cercare all’interno dell’amministrazione cubana la persona con cui trattare la transizione. Un golpe basato sulla riproposizione del modello seguito in Venezuela, dunque: pressione psicologica mediante minacce e accuse, schieramento militare, attacchi mirati per spingere la società civile al collasso interno e qualche funzionario al tradimento.
La presenza della portaerei USS George H.W. Bush a 60 miglia dalle coste di Varadero, nonché la velata minaccia su Truth [11] al governo cubano a “raggiungere un accordo” prima che sia “troppo tardi” non lasciano spazio a dubbi.
Non a caso, l’avventura venezuelana ha fruttato bene a Donald Trump in termini di popolarità interna [12]: immediatamente dopo i fatti del 3 gennaio, l’elettorato repubblicano si è compattato dietro al suo presidente, contraltare a una crisi di consenso unica secondo i sondaggi, che fotografano l’immagine di un presidente trasversalmente impopolare i cui consensi sono in caduta libera. La risoluzione della questione cubana – non a caso promessa entro la fine dell’anno – potrebbe rappresentare un’ancora di salvezza per la popolarità del presidente, da valutare a seguito delle delicatissime elezioni di midterm di questo novembre.
Nel frattempo, Cuba si prepara a resistere. Non ha promulgato lo Stato di Guerra, ma ha rafforzato le infrastrutture militari e la compagine civile del suo sistema di difesa: una prassi nel paese caraibico, che vive da sei decenni [13] una situazione di assedio non solo economico-finanziario-commerciale, ma anche concretamente militare, dal momento che lo spauracchio dell’invasione non è mai davvero venuto meno dopo gli scontri della Baia dei Porci.
Cuba rafforza anche i legami con i partner regionali, contrastando la narrativa di Washington che la vorrebbe ormai isolata dopo la caduta di Maduro: il presidente Miguel Díaz-Canel ha riportato su X [14] un colloquio telefonico con Delcy Rodriguez, presidente ad interim del Venezuela, a cui ha espresso il «sostegno e la solidarietà» [15] di Cuba, a sottolineare la continuità della vicinanza dei due Paesi. Ha cementato i rapporti col Messico, anch’egli nel mirino della repressione trumpiana, e con la sua presidente Claudia Sheinbaum, che si è resa disponibile a mediare nel dialogo tra Cuba e USA. Dialogo al quale Díaz-Canel si è detto sempre aperto, pur non accettando minacce e imposizioni, e su un livello paritario.
A livello internazionale, sono stati riaffermati gli storici legami con Cina e Russia. Mercoledì 21 gennaio Raul Castro ha ricevuto nel Palacio de la Revolución il ministro dell’Interno russo, Vladimir Alexandrovich Kolokolcev, nell’ambito di un rafforzamento delle relazioni tra “paesi fratelli [16]”.
Il giorno prima, l’ambasciatore cinese Hua Xin ha confermato [17] il «vincolo di amicizia speciale che lega Cuba e Pechino» rinsaldato dall’approvazione cinese dell’invio di 60.000 tonnellate di riso verso l’Isola e un pacchetto di aiuti da 80 milioni di dollari per l’acquisto di equipaggiamento e materiale elettrico, per rinforzare e [18]ammodernare le infrastrutture energetiche cubane.