- L'INDIPENDENTE - https://www.lindipendente.online -

Colono israeliano minaccia e fa inginocchiare i carabinieri, Tajani si limita a protestare

È accaduto domenica scorsa, nei pressi di Ramallah: due carabinieri stavano effettuando un sopralluogo per preparare la missione degli ambasciatori europei in Cisgiordania, quando sono stati avvicinati [1] da un colono israeliano che li ha fatti inginocchiare e interrogati, tenendoli sotto tiro con un fucile. L’uomo ha riferito ai due militari che si trovavano in area militare, anche se da verifiche successive questa si è rivelata un’affermazione non vera. Un’esperienza che riguarda ogni giorno migliaia di palestinesi della Cisgiordania e che tuttavia rappresenta un incidente diplomatico grave, per il quale la Farnesina ha preannunciato di avanzare «protesta al massimo livello politico». Le dichiarazioni d’intenti, tuttavia, non sembrano essere state seguite dai fatti: il ministro degli Esteri Tajani si è infatti limitato a esprimere «forte disappunto» e «dura protesta» all’ambasciatore israeliano in Italia, convocato dalla Farnesina, reiterando la «preoccupazione» di Roma per i comportamenti dei «coloni violenti», e niente di più.

Di certo, le azioni diplomatiche che sarebbe stato possibile intraprendere sono svariate e molte avrebbero potuto avere un impatto più incisivo, anche solo a livello simbolico. Basti pensare a quanto successo con la Svizzera, in relazione alla strage di capodanno di Crans-Montana. Dopo che le autorità svizzere, nel pieno rispetto della legge, hanno liberato il proprietario del locale previo pagamento della cauzione, lunedì 26 gennaio l’Italia ha pensato bene di richiamare il proprio ambasciatore nel Paese, per disposizione diretta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Una decisione evidentemente politica per rispondere a una decisione della magistratura – nella cui attività il governo svizzero non può intervenire. L’ultima volta che è accaduto qualcosa di simile era il 2016, quando il corpo di Giulio Regeni fu ritrovato senza vita in Egitto. Il richiamo di un ambasciatore costituisce una mossa volta a dare un forte segnale politico, collocata a metà tra la convocazione dell’ambasciatore dell’altro Paese (meno grave) e il suo ritiro. Quest’ultima è un’eventualità che si verifica in contesti particolarmente gravi o in caso di guerra – l’ultima volta accadde nel 2021, quando, con il ritorno del governo talebano non riconosciuto a livello internazionale, l’Italia e molti altri Paesi chiusero le proprie ambasciate in Afghanistan.

Dopo che due militari appartenenti all’Arma sono stati fatti inginocchiare e minacciati con un’arma automatica da un cittadino israeliano, insomma, il governo ha optato per la soluzione politica meno incisiva – pur sottolineando la propria «ferma indignazione» e promettendo di inviare lettere di protesta al governo israeliano. D’altronde, non è la prima volta che l’Italia reagisce tiepidamente alle palesi violazioni commesse da Israele. In varie occasioni, Roma ha dimostrato di prediligere posizioni politiche che non intralciassero l’operato del proprio alleato in Medio Oriente, nonostante le violazioni di Tel Aviv del diritto internazionale fossero palesi e innegabili. È il caso, per esempio, del reiterato rifiuto [2] di fermare la fornitura di armi a Israele. Le condanne di Meloni e Tajani si sono pressochè sempre fermate [3] ai richiami verbali.

Israele da sempre concede la piena impunità ai coloni (che, al contrario di quanto più volte sostenuto da Tajani, per loro natura sono tutti violenti), tanto che è stato lo stesso ministro della Sicurezza Ben Gvir a impegnarsi a fornire loro 100 mila fucili. Appena un paio di mesi fa, sempre nei pressi di Ramallah, tre cittadini italiani erano stati [4] violentemente picchiati da coloni israeliani che erano entrati nella loro abitazione con la forza, ma anche in quel caso la reazione delle istituzioni non era andata oltre alla condanna dei fatti.

Avatar photo

Valeria Casolaro

Ha studiato giornalismo a Torino e Madrid. Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione, frequenta la magistrale in Antropologia. Prima di iniziare l’attività di giornalista ha lavorato nel campo delle migrazioni e della violenza di genere. Si occupa di diritti, migrazioni e movimenti sociali.