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La rivoluzione del Kurdistan è sotto assedio

«Nonostante l’accordo di cessate il fuoco firmato tra noi e il governo di Damasco, quest’ultimo continua in modo sistematico i propri preparativi militari e l’escalation sul terreno». Con queste parole, sabato 24 gennaio, le Forze Democratiche Siriane (SDF [1]), gruppo a guida curda attivo nel Rojava (il cosiddetto “Kurdistan siriano”), denunciavano i continui attacchi dell’esercito contro le proprie postazioni. Cominciati a inizio mese, i combattimenti hanno costretto i curdi a ritirarsi da Aleppo, mentre l’esercito non ha mai smesso di attaccare; lo stesso sabato, il ministero della Difesa ha annunciato un’estensione di 15 giorni della tregua, formalmente per permettere agli statunitensi di portare avanti le operazioni di trasferimento di membri dell’ISIS detenuti nelle regioni che fino a qualche settimana prima risultavano a controllo curdo; nonostante ciò, la cavalcata dell’esercito non si è mai arrestata, colpendo infrastrutture e territori di un Rojava tradito per la seconda volta da Trump, nel tentativo di smantellare il progetto politico del confederalismo democratico avviato ormai quasi 15 anni fa.

Gli scontri tra Esercito Nazionale Siriano (SNA) e SDF vanno avanti da settimane. I combattimenti sono iniziati lo scorso 5 gennaio [2] ad Aleppo, dove entrambe le fazioni si sono accusate vicendevolmente di attacchi; le SDF si erano ritirate da Aleppo lo scorso marzo, e i gruppi curdi erano rimasti attivi sul territorio mediante le Asayish, le forze di sicurezza interna. Dopo giorni di combattimenti [3], i curdi hanno accettato di ritirarsi da Aleppo, ma le SNA hanno continuato ad avanzare, conquistando anche le porzioni curde del Governatorato di Hasakah. Tra le varie postazioni abbandonate dai curdi, figura il campo di Al-Hol, dove si trovano ex membri e familiari dell’ISIS. Il 21 gennaio [4], il Comando Centrale degli USA ha annunciato l’inizio di una operazione di trasferimento dei detenuti del campo verso l’Iraq, e la Siria ha dichiarato il cessate il fuoco. Nonostante ciò gli scontri sono continuati.

Il cessate il fuoco è stato rinnovato sabato con un annuncio [5] del ministero della Difesa. Nella medesima giornata, le SNA hanno denunciato attacchi con drone da parte delle SDF, che hanno invece dichiarato di essere state aggredite nelle aree di Giazira e Kobane. Nei giorni successivi, le accuse reciproche sono continuate: le SNA hanno segnalato ulteriori attacchi con drone e mortaio nelle aree di al-Jamel, Shuyoukh e Sarrin, presso il Governatorato di Aleppo, e attacchi a sud di Kobane; hanno inoltre rivendicato il controllo di Raqqa. I curdi, invece, hanno riportato attacchi a Kharab Ashk e Chalabiya, a sud di Kobane, e scontri presso la diga di Tishrin e presso Çil Axa, nel Governatorato di Hasakah. Testimonianze video [6] condivise dalle piattaforme curde mostrano inoltre attacchi presso il villaggio di Qasimiye, a sud di Kobane. Secondo una mappa diffusa dalle medesime piattaforme, le forze siriane sarebbero ormai riuscite a penetrare nelle aree del Rojava, dove pare stiano continuando l’avanzata.

Quello che si prospetta davanti è un tentativo di smantellare il progetto decennale di confederalismo democratico portato avanti dai curdi del Rojava [7]. Il governo di Al Sharaa [8] mira a un controllo centralizzato di tutta la Siria, come testimoniato dalla sua decisione di escludere [9] le comunità curde – assieme a quelle delle donne e delle comunità druse – dalle prime elezioni legislative. Gli Stati Uniti, intanto, stanno pensando [10] di ritirare le proprie truppe dal Paese, scommettendo sullo stesso Al Sharaa e abbandonando i curdi per la seconda volta, come già fatto nel 2019. Questa mossa, di fatto, è stata vista dalla Turchia come un via libera da parte di Trump per attaccare le postazioni curde; molti degli attacchi segnalati dalle SDF, infatti, avrebbero avuto il supporto di tecnologia e droni turchi. Il tradimento dei curdi è stato informalmente confermato dall’inviato speciale di Trump Tom Barrack [11], con un lungo post su X: «La più grande opportunità per i curdi in Siria in questo momento risiede nella transizione post-Assad sotto il nuovo governo guidato dal presidente Ahmed Al Sharaa», scrive Barrack. Il progetto curdo, spiega Barrack, era utile agli Stati Uniti per contrastare l’avanzata di Daesh e per controbilanciare l’influenza russa sulla Damasco di Bashar Al Assad; oggi, Assad è caduto e l’ISIS potrebbe essere tenuto a bada dalla Siria di Al Sharaa. L’abbandono del fronte curdo da parte di Trump, rimarcano [12] commentatori [13] politici, avvicina gli USA ai Paesi confinanti con le aree rivendicate dai curdi, anche nell’ottica di una normalizzazione dei rapporti degli stessi – prime fra tutti la stessa Siria e la Turchiacon Israele. Le medesime aree, inoltre, sono ricche di risorse e infrastrutture energetiche.

Il progetto del Rojava e del confederalismo democratico è iniziato nel 2012, con la rivolta di Kobane e il respingimento delle truppe di Assad da parte dei curdi, che hanno così istituito un proprio autogoverno. Le discussioni sul suo statuto iniziarono sin da subito, e nel 2014 i tre cantoni di Cizîrê, Kobane e Afrînvenne adottarono una prima versione del Contratto Sociale del Rojava. Inizialmente pensato specificamente per la popolazione del Rojava, il Contratto – più volte rivisto [14] negli anni successivi, senza che i principi fondanti ne fossero modificati – finì per includere tutta la popolazione siriana, mirando a stabilire un modello di società basato sulla parità di genere, sul multiculturalismo, sull’inclusività e sull’ecologia. Tra i principi fondanti [15] vi sono democrazia diretta, parità di genere ed ecologia integrata, con un rifiuto netto di militarismo, autoritarismo, centralismo e di ogni forma di ingerenza della religione nella vita dei cittadini, pur nel rispetto della pluralità di culto e nel multiculturalismo. Il pensiero di fondo è quello di superare l’istituzione statale-nazionale senza tuttavia modificare i confini dei Paesi, restituendo il potere ai cittadini in un sistema federale; centrale poi, il respingimento della struttura capitalistica dell’economia moderna, da sostituire con un sistema a cooperative.

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.