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In molte città degli Stati Uniti si sta allargando la rivolta contro l’ICE

«A un certo punto ce ne andremo. Abbiamo fatto, hanno fatto un lavoro fenomenale». Così, in un’intervista telefonica al Wall Street Journal, Donald Trump ha aperto all’ipotesi di ritirare l’ICE da Minneapolis, pur senza indicare la tempistica, mentre negli Stati Uniti è riesplosa la protesta, scatenata dall’uccisione dell’infermiere americano Alex Pretti da parte della US Border Patrol, durante una retata nel centro di Minneapolis. Testimonianze video e dichiarazioni di residenti contraddicono la ricostruzione ufficiale delle autorità, secondo cui l’uomo sarebbe stato armato e avrebbe minacciato gli agenti. Nonostante il gelo, piazze e strade da San Francisco a Los Angeles, da New York a Boston si sono riempite di cortei, cartelli e slogan che chiedono verità, trasparenza e responsabilità sull’uso della forza da parte della polizia federale. I titoli dei media evocano scenari di uno scontro interno all’America senza precedenti e ricostruiscono un clima da potenziale “guerra civile”.

Alex Pretti aveva 37 anni, lavorava in terapia intensiva e stava rientrando a casa quando si è imbattuto in un’operazione dell’ICE e della Border Patrol – la polizia di frontiera – nel centro di Minneapolis. Le autorità federali hanno subito sostenuto che l’infermiere si fosse avvicinato agli agenti armato di una pistola semiautomatica e che avesse opposto una violenta resistenza agli ordini di disarmo. Tuttavia, due testimoni oculari hanno giurato che Pretti non stava brandendo un’arma. Le immagini video analizzate dalla CNN [1] e dal New York Times [2], mostrano l’infermiere con un telefono in mano, intento a filmare e ad assistere una donna caduta a terra. In quei momenti viene spruzzato con spray urticante, immobilizzato e raggiunto da una raffica di colpi – almeno dieci – mentre è già a terra.

Trump ha pubblicato su Truth [3] la foto di una pistola appoggiata sul sedile di un’auto, sostenendo che fosse l’arma dell’uomo ucciso e definendola «carica e pronta a sparare». Il presidente ha così avallato la tesi del Dipartimento per la Sicurezza Interna [4], secondo cui Pretti era armato con una Sig Sauer P320. Il comandante della Border Patrol, Greg Bovino, e la segretaria della sicurezza interna, Kristi Noem, hanno parlato di legittima autodifesa. Il  principale quotidiano del Minnesota, lo Star Tribune [5], però, contesta questa narrazione: Pretti non aveva precedenti penali ed era in possesso di regolare porto d’armi, ma non è stato dimostrato che l’arma mostrata sui social fosse davvero sua, inoltre lo stesso modello è in dotazione agli agenti federali e a molte polizie locali, alimentando i dubbi sull’origine della pistola. Un editoriale [6] della testata avverte che il Minnesota è «su un pericoloso ciglio» e chiede che l’indagine non resti confinata «esclusivamente dietro i muri federali». I genitori di Alex Pretti denunciano le «bugie disgustose» dell’amministrazione Trump sul figlio, mentre il governatore Tim Walz chiede che indaghino le autorità locali: «Non ci si può fidare dello Stato federale», accusa, parlando di un’ICE che semina «caos e violenza». Trump [7] ha scaricato la colpa della morte di «due cittadini americani» sui DEM, accusandoli non solo di collaborare con gli agenti federali, ma di incoraggiare «agitatori di sinistra a ostacolare illegalmente le loro operazioni per arrestare i peggiori dei peggiori».

Migliaia di persone si sono radunate domenica al Whittier Park di Minneapolis per una veglia commossa. L’evento, inizialmente nato come momento di raccoglimento, ha assunto rapidamente i toni di una manifestazione. A pochi giorni dall’uccisione di Renee Good, la morte di Pretti è diventata l’innesco di una protesta che si è rapidamente diffusa oltre i confini del Minnesota. Le contestazioni chiedono la fine delle retate, trasparenza sull’uccisione di Alex Pretti e una riforma delle politiche migratorie. Alle marce pacifiche, alle veglie e ai sit-in si sono affiancati scontri con le forze dell’ordine, uso di gas lacrimogeni e arresti, compresi quelli di cento leader religiosi cristiani, in preghiera, all’aeroporto internazionale di Saint Paul.

In questo clima, Trump ha aperto al Wall Street Journal all’ipotesi di un ritiro dell’ICE da Minneapolis. Una mossa letta come tattica: attenuare la pressione senza rinunciare alla linea dura sull’immigrazione. La Casa Bianca difende l’agenzia, ma riconosce che la contestazione è ormai nazionale. Il rischio è duplice: arretrare può sembrare una resa, insistere una provocazione. Minneapolis non è più un caso isolato: è il laboratorio di un conflitto che investe l’autorità dello Stato, i limiti della forza e l’idea stessa di legalità in America.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.