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Venezuela, il governo cede a Trump: revocata la nazionalizzazione del petrolio

«Le compagnie private domiciliate nella Repubblica Bolivariana del Venezuela potranno sfruttare il petrolio dopo aver firmato i contratti». Con questa formula, l’Assemblea Nazionale venezuelana ha approvato in prima lettura una riforma della Legge sugli Idrocarburi organici che abolisce il monopolio statale sull’oro nero. La gestione e la commercializzazione del greggio saranno affidate alle imprese private e straniere, con riduzioni di royalties e nuovi modelli contrattuali più flessibili rispetto al passato. Il voto arriva tre settimane dopo l’intervento militare statunitense che ha portato al sequestro di Nicolás Maduro e alla nomina della vicepresidente Delcy Rodríguez come presidente ad interim. L’emendamento traduce in norme un progetto più ampio: riportare sotto l’ombrello di Washington il controllo delle risorse energetiche venezuelane.

La giustificazione del raid USA in Venezuela, fornita dal presidente Donald Trump [1] in conferenza stampa il 3 gennaio, si era già spostata dalla retorica sulla democrazia e la lotta al narcotraffico al dominio delle vaste riserve di petrolio della nazione. «Comandiamo noi», aveva rimarcato il presidente statunitense ai giornalisti, aggiungendo: «Controlleremo tutto noi». L’indomani, il segretario USA all’Energia, Chris Wright [2], aveva annunciato che Washington avrebbe gestito le vendite di petrolio venezuelano «a tempo indefinito». L’attuale legge [3] ne è la traduzione normativa: un corridoio giuridico per l’ingresso delle compagnie estere. La revisione, infatti, segue il maxi-accordo di fornitura di 50 milioni di barili di greggio tra Caracas e Washington venduti a prezzo di mercato per un valore di 2,4 miliardi di dollari ed era una delle priorità richieste dalle aziende petrolifere per dare il via a investimenti in Venezuela. Dopo anni di sequestri, contenziosi e crollo produttivo, le compagnie hanno preteso regole “occidentali”: certezza del diritto, libertà operativa, ritorni garantiti. In un incontro alla Casa Bianca con i rappresentanti delle Big Oil, compresa ENI, Trump aveva assicurato che gli Stati Uniti avrebbero garantito loro “sicurezza totale” e nuove opportunità di sviluppo in Venezuela.

La riforma della Legge sugli idrocarburi segna una brusca inversione di rotta rispetto al nazionalismo delle risorse, pilastri della rivoluzione venezuelana di ispirazione socialista. Nel 2007, Hugo Chávez consolidò il controllo statale sui pozzi petroliferi, imponendo a Petróleos de Venezuela, S.A., la compagnia petrolifera statale venezuelana (PDVSA), il controllo maggioritario dei giacimenti dell’Orinoco per riappropriarsi delle rendite e finanziare la rivoluzione bolivariana. Ora, il quadro cambia: la riforma apre alla possibilità che imprese locali e straniere gestiscano direttamente i giacimenti con nuovi modelli contrattuali, assumano la gestione completa dei progetti «a proprio costo, spesa e rischio», vendano autonomamente il petrolio e incassino i ricavi anche quando operano come partner di minoranza della compagnia statale PDVSA. Una quota dei volumi potrà essere commercializzata direttamente, una volta assolti gli obblighi verso lo Stato. Viene introdotto l’arbitrato internazionale per le controversie, sottraendole ai tribunali locali. Il governo potrà ridurre le royalties e le relative tasse dal 33% fino al 15% e modulare le imposte di estrazione per rendere appetibili giacimenti complessi e aree sottosviluppate. I contratti di production sharing sostituiscono l’impianto statalista: PDVSA, non è più perno obbligato, ma partner eventuale. È un cambio di paradigma che allinea il Venezuela ai modelli richiesti dal capitale globale, con tutele giuridiche e margini che il Paese non aveva mai concesso. La riforma, inoltre, richiede l’abrogazione di molte leggi correlate, approvate sotto Chávez e Maduro.

Ufficialmente, l’operazione dovrebbe risollevare PDVSA e rimettere in moto una produzione ridotta ai minimi storici e aggravata dalle sanzioni USA. In realtà, il nodo è politico: trasformare la compagnia nazionale in un attore marginale sotto tutela esterna significa scambiare l’emergenza economica con una dipendenza permanente. Le grandi compagnie osservano con prudenza, pretendendo scudi giuridici, arbitrati internazionali e la fine delle sanzioni prima di impegnare capitali. Washington, intanto, detta tempi e condizioni, riscrivendo dall’esterno l’architettura energetica del Paese. Caracas cammina su una linea sottile: sopravvivere grazie al capitale straniero, senza ammettere che questa “apertura” non nasce da una scelta sovrana, ma da una pressione geopolitica che ha sostituito il voto con la forza.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.