«Lo stile del desiderio è l’eternità»: ha scritto così, splendidamente, Jorge Luis Borges e ora, nel ricorrente Giorno della Memoria, dovremmo anzitutto compiere quella sintesi a cui allude lo scrittore argentino. Ottenere la convergenza dei tre tempi: passato, presente e futuro. Orientarci a una simultaneità: dare sì contenuti a questa memoria, ricordare i popoli umiliati, i piccoli perseguitati, gli innocenti torturati senza chiederci se quelli o altri, e senza nascondere il dato storico con i suoi orrori, che ci dice di quella oscenità nazista contro gli Ebrei che ha attraversato l’Europa.
Il presente, ogni presente, anche quello che stiamo vivendo, «contiene integralmente la storia», scrive Borges, il presente non è avaro, è sempre generoso nel farci capire che cosa era successo allora, chi è caduto, chi sono stati gli assassini. Nel presente tutto deve e può stare davanti ai nostri occhi, essere presente.
Il presente ci dice dove cercarli adesso, perché le donne e gli uomini, i bambini e le bambine sono morti, perché i vecchi hanno pianto forse invano, e ora li cercheremo anche in altre parti, anche in altre contrade e apparterranno ad altri popoli, avranno la pelle dei più differenti colori ma ci spingeranno tutti a una idea di eternità, cioè a una memoria plurima, corale come quegli spettacoli di anime e insieme di corpi che popolano la Divina Commedia di Dante.
Il nostro Virgilio e la nostra Beatrice, le guide del viaggio, chi sono ora? I giornalisti trucidati in Africa, in Palestina, in Afghanistan, i testimoni falciati mentre cercano di portarci la loro verità come, con altri accenti e altra visione, facevano apostoli e pellegrini sui loro cammini accidentati, oggi o molti secoli fa non importa.
Ognuno di noi, paradossalmente, con cattiveria ma insieme con lucidità, in occasioni come questa, vuole convocare altre etnie, altra gente del passato soffocata dal desiderio di potenza in questo catalogo degli orrori. L’elenco è sterminato, lo sappiamo, intercetta i movimenti rivoluzionari come le ondate colonialiste, le prigionie degli schiavi e le catene quotidiane di chi ha patito in silenzio e all’oscuro.
Scriveva Marco Aurelio – lo ricorda Borges in Storia dell’eternità: «Ricorda che nessuno perde altra vita se non quella che vive ora e non ne vive altra se non quella che perde». Luigi Pareyson, filosofo cristiano, scriveva, nella linea di sant’Agostino, che ogni istante che viviamo è una ricapitolazione della nostra vita e contiene il destino della nostra anima. Esistere ci impone una volontà, un desiderio.
Stiamo dunque – e resistiamo! – in una memoria permanente. Non c’è bisogno di volersi mettere a ricordare, un’azione inutile come quella contraria di decidere di dimenticare.
Bisogna invece stare nella memoria come si sta su una barca sapendo che il mare non sarà sempre calmo e che i fantasmi sorvegliano. Fare come diceva Primo Levi in una sua poesia: «fuori al freddo vi aspetteremo noi, /l’esercito dei morti invano,/ noi di Treblinka, di Dresda e di Hiroshima… /Saranno con noi gli scomparsi di Buenos Aires, gl’innocenti straziati a Bologna…».
Restiamo vigili in questa “memoria al presente”, titolo questo di un bel libro di Jean Daniel, ebreo parigino, che ci metteva in guardia sul fatto che le vittime potrebbero diventare carnefici. In ogni caso, «La musulmana che avevo incontrato e la nonna ebrea del ritratto – scrive Daniel – avevano esattamente lo stesso copricapo, la stessa forma del volto, le stesse rughe, lo stesso sguardo delle donne con cui la sorte non è stata benigna, pronte a dispensare compassione a chiunque lo desiderasse…».
Tutto vero, ma non riesco a nascondere un unico disgusto: quello che provo per chi fa le statistiche dei peggiori, quello per chi ci vuole dividere.