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L’agricoltura israeliana è “vicina al collasso” a causa del boicottaggio

«Non vogliono i nostri prodotti». L’agricoltura israeliana, storicamente fiore all’occhiello dell’export nazionale, è oggi sull’orlo del collasso per il crollo della domanda sui mercati esteri, soprattutto europei. Agrumeti e piantagioni di mango registrano continue cancellazioni e vendite azzerate, effetto diretto del boicottaggio internazionale che sta isolando i prodotti israeliani dal commercio globale. Nei campi la frutta marcisce sugli alberi, mentre il settore perde redditività. Nonostante ciò, i coltivatori dichiarano di preferire la distruzione dei raccolti anziché prendere in considerazione l’ipotesi di venderli a Gaza.

Gli agrumeti di comunità agricole come il kibbutz Givat Haim Ichud ed Ein Hahoresh sono diventati l’emblema di un mercato in affanno, come mostrano i reportage dell’emittente Kan 11. I coltivatori raccontano che le commesse europee – un tempo pilastro dell’export di Tel Aviv – vengono progressivamente annullate. Il servizio andato in onda a fine novembre 2025, intitolato “Fine della stagione delle arance [1]”, è ambientato proprio a Givat Haim Ichud, dove i frutteti sorgono accanto ai resti di Khirbet al-Manshiyya, villaggio palestinese distrutto nel 1948. Qui, il responsabile delle coltivazioni, Nitzan Weisberg, avverte che l’intero comparto rischia di essere smantellato per l’assenza di sbocchi esteri. Se la situazione dovesse aggravarsi, conclude, l’esito sarebbe inevitabile: il “collasso”. «La frutta israeliana, pur di alta qualità, oggi è meno richiesta in Europa», afferma Gal Alon, gestore dei frutteti del kibbutz Ein Hahoresh, che oggi vende a perdita o rinuncia del tutto all’export. Il simbolo di questa crisi è la celebre marca delle arance di Jaffa: da decenni brand riconosciuto sui mercati esteri, è praticamente scomparso dalle esportazioni, segno di una domanda in caduta libera. «Prima della guerra, esportavamo alcune [arance] in Scandinavia», afferma Daniel Klusky, Segretario Generale dell’Organizzazione Israeliana degli Agrumicoltori. «Ma dopo la guerra, non abbiamo esportato nemmeno un container».

Non va meglio per la stagione dei mango [2], una delle principali esportazioni israeliane verso il mercato europeo. In diversi casi, tra 700 e oltre 1000 tonnellate di frutta non sono state raccolte perché non vi era mercato per venderle, e molte di queste sono rimaste a marcire sugli alberi. I produttori stimano perdite ingenti, con alcuni agricoltori che vedono rotolare tonnellate di prodotto invenduto a causa della contrazione dei canali commerciali abituali. Anche di fronte a perdite ingenti, molti produttori dichiarano di preferire la distruzione dei raccolti anziché prendere in considerazione le alternative. Moti Almoz, generale in pensione ed ex portavoce militare, oggi coltivatore di mango, lo afferma senza esitazioni: non venderà mai a Gaza, nemmeno se questo potesse garantirgli un guadagno. «Se c’è il rischio che io perda soldi perché questo mango diventa un interesse di Hamas, allora preferisco perdere soldi», dice, rendendo esplicita una scelta che antepone l’ideologia alla sopravvivenza economica.

A complicare il quadro si aggiungono i fattori logistici: la navigazione attraverso il Mar Rosso è stata influenzata dal blocco dei ribelli Houthi, costringendo le navi a lunghe rotte alternative più costose, con effetti negativi sui tempi di consegna e sulla qualità dei prodotti freschi. Ma la crisi non può essere ridotta a un semplice problema di trasporti. Le difficoltà dell’agricoltura israeliana si collocano dentro una reazione globale ai crimini commessi nella Striscia di Gaza e alla crescente diffusione di campagne di boicottaggio. In Europa, quando esiste un’alternativa, importatori e distributori scelgono altri fornitori, relegando i prodotti israeliani ai margini del mercato. Per decenni, l’export agricolo ha garantito stabilità economica e sostegno alle comunità rurali; oggi la perdita di mercati storici non colpisce soltanto i bilanci, ma incrina anche l’immagine stessa del “brand” nazionale, esposto alla pressione di consumatori sempre più consapevoli. L’esperienza storica insegna che, quando è coerente e condiviso, il boicottaggio smette di essere un gesto simbolico e diventa uno strumento reale di cambiamento: l’azione dal basso dimostra come scelte collettive possano incidere su equilibri che sembravano intoccabili.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.