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Israele continua i crimini a Gaza: 11 palestinesi uccisi, 3 erano giornalisti

«Erano in missione umanitaria. Tutti conoscevano quel veicolo e sapevano che chi viaggiava a bordo lavorava per il comitato egiziano». Mentre l’assedio sulla popolazione civile non accenna a diminuire, continua la strage di giornalisti nella Striscia di Gaza: Anas Ghunaim, Abed Rauf Shaath e Muhammad Qashta stavano lavorando nell’area di Al-Zahra, a sud-ovest di Gaza City, quando l’auto dell’Egyptian Relief Committee, su cui viaggiavano, è stata colpita da un razzo sganciato da un drone israeliano, uccidendoli sul colpo. Solo nella giornata di mercoledì altri otto palestinesi hanno perso la vita nei raid israeliani, tra cui anche donne e quattro minori.

Nel giro di poche ore, bombardamenti e sparatorie hanno causato vittime in tutta la Striscia: cinque morti, tra cui un bambino, nel campo profughi di al Bureij; una donna e un ragazzo uccisi nei pressi di Khan Younis; tre membri della stessa famiglia morti a Deir el Balah; un tredicenne colpito mentre raccoglieva legna a Bani Suheila; altre vittime nel nord di Gaza. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, il 10 ottobre, per la popolazione della Striscia, l’offensiva israeliana non si è mai realmente fermata. Secondo il ministero della Salute, almeno 466 palestinesi sono stati uccisi a Gaza.

Nel raid che ha colpito i tre giornalisti, la jeep su cui viaggiavano aveva anche i loghi umanitari ben visibili, come ha confermato Mohammed Mansour [1], portavoce del Comitato egiziano di soccorso nella Striscia di Gaza. Shaat collaborava come fotoreporter e videomaker per la CBS News [2] e altre testate come l’agenzia Agence France-Presse. Testimoni riferiscono che il gruppo stava usando un drone per filmare la distribuzione di aiuti del Comitato egiziano di soccorso, quando un missile israeliano ha colpito il veicolo. L’Egitto ha chiesto spiegazioni a Israele, che sostiene di aver aperto il fuoco contro “individui sospetti” che “operavano con un drone di Hamas”. La reazione [3] delle organizzazioni per la libertà di stampa è stata immediata. Reporters Without Borders ha espresso “profonda indignazione”, mentre il Committee to Protect Journalists [4] si è detto “sconvolto” e “inorridito”, avvertendo che potrebbe configurarsi come un crimine di guerra. Il Sindacato dei giornalisti palestinesi ha definito l’attacco parte di una strategia deliberata per colpire i media locali.

Il quadro umanitario resta drammatico. Secondo l’Ufficio stampa governativo di Gaza, dal 7 ottobre 2023 sarebbero stati uccisi circa 260 operatori dell’informazione palestinesi. I report di organizzazioni [5] come il Committee to Protect Journalists, la International Federation of Journalists e Reporters Without Borders convergono su un dato essenziale: circa la metà dei giornalisti morti nel mondo è stata uccisa a Gaza da operazioni israeliane. «I giornalisti palestinesi hanno pagato il prezzo più alto della guerra», scrive l’IFJ [6], confermando che la Striscia resta il luogo più letale per la stampa. Al di là dei numeri assoluti, ciò che emerge con chiarezza è la natura eccezionale di questa strage. Lo studio [7] Mortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 2023-24 ha misurato per la prima volta in modo quantitativo il rischio di morte per categorie “protette” come giornalisti e sanitari, confrontandolo con quello della popolazione generale. I ricercatori Incardona, Bellerba, Gandini e Cozzi-Lepri hanno incrociato dati ufficiali, elenchi professionali e informazioni fornite dal Sindacato dei Giornalisti Palestinesi di Gaza, applicando metodi statistici rigorosi in due momenti: a una settimana dall’inizio del conflitto e sei mesi dopo, fino al 30 aprile 2024. I risultati mostrano che il rischio di morte per questi gruppi è significativamente più alto rispetto ai residenti della Striscia della stessa età e sesso: per i giornalisti l’aumento varia dal 36% fino a oltre sei volte. Una mortalità superiore persino a quella registrata in altri conflitti della regione, come la guerra in Siria. Gli autori sottolineano che, pur essendo tutelati dal diritto internazionale umanitario, giornalisti e operatori sanitari sono stati esposti a pericoli estremi.

Questi dati tracciano il profilo di una violenza che colpisce chi ha il compito di vedere e raccontare. Giornalisti e sanitari non sono vittime qualunque: rendono l’orrore visibile, ne attestano l’impatto sui corpi e sulle vite. Il sospetto è che proprio questa funzione sia diventata un bersaglio. Colpire chi documenta e chi soccorre significa provare a cancellare le prove, recidere il filo tra ciò che accade e il mondo, condannare le vittime a un silenzio senza testimoni.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.