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Rewilding, oltre lo slogan: perché lasciare spazio alla natura non basta

Il rewilding è un approccio alla conservazione della natura che va oltre le semplici aree protette: mira a ripristinare processi ecologici, biodiversità, specie chiave e dinamiche naturali, con un intervento umano mirato. Il concetto viene spesso semplificato nell’idea di “lasciar andare la natura a sé stessa”, ma la realtà è molto più articolata. Questo processo, che in italiano possiamo tradurre con rinaturalizzazione, è stato definito da Rewilding Europe, organizzazione europea che guida numerosi progetti, come un processo che lavora su ampie aree di paesaggio, stimola la diversità e l’abbondanza della fauna selvatica, vede le comunità locali come parte integrante dei progetti e può integrare metodi consolidati di conservazione.

A livello ambientale gli studi pubblicati [1] su riviste internazionali indicano che i territori sottoposti a processi di rinaturalizzazione mostrano aumento della biodiversità, miglioramento della qualità del suolo, maggior capacità di assorbimento del carbonio e una migliore gestione naturale delle risorse idriche, senza contare che il ritorno di specie chiave come grandi erbivori, predatori e impollinatori, contribuisce a rendere gli ecosistemi più stabili e adattabili ai cambiamenti climatici. A livello economico e sociale, invece, il rewilding ha favorito il ritorno di un turismo lento, lo sviluppo di nuove professionalità legate a natura e territorio e la valorizzazione di terreni abbandonati.

Il nodo più critico resta la convivenza tra fauna selvatica e attività zootecniche. Il ritorno di lupi, linci o orsi viene spesso percepito come una minaccia diretta, anche quando i dati mostrano che gli episodi di predazione sono statisticamente limitati e mitigabili. In diversi Paesi europei, le resistenze degli allevatori hanno rallentato o bloccato progetti di rewilding, alimentando un conflitto che è culturale prima ancora che economico. Alcune comunità vivono il processo come una perdita di controllo sul territorio o come una decisione “calata dall’alto”: insomma, quando mancano dialogo e coinvolgimento reale, il progetto rischia di fallire.

A livello globale uno dei progetti [2] più citati è quello di Knepp Wildland, nel Regno Unito. Qui un’ex azienda agricola intensiva è stata trasformata in un paesaggio semi-selvaggio, lasciando che grandi erbivori e processi naturali rimodellassero il territorio. I risultati raccontano del ritorno di specie rare di uccelli e insetti, dell’aumento della complessità ecologica e di una nuova sostenibilità economica nata grazie al turismo naturalistico. Dall’altro lato non si può prescindere dal fatto che sia un’operazione che si inserisce in un territorio specifico e quindi non è automaticamente replicabile ovunque: presentarla come modello universale rischia di nascondere le differenze strutturali tra territori.

In molte aree interne italiane, il rewilding è già in corso, ma non per scelta politica: è il risultato dell’abbandono agricolo, dello spopolamento e della marginalizzazione economica. Dalle Alpi alla Sila in Calabria, il ritorno della fauna selvatica avviene spesso senza una strategia condivisa, generando conflitti che poi vengono letti come “emergenze” nella cronaca quotidiana. La sfida è trasformare un processo spontaneo in una scelta consapevole e governata, che è quello che sta accadendo ad esempio sull’Appennino, grazie al progetto [3] Rewilding Appennines.

È uno degli 11 progetti europei di Rewilding Europe che lavorano per ripristinare la natura su larga scala. Il 2025 ha visto la nascita dell’Enterprise Network for Coexistence: 37 aziende locali tra artigiani, agricoltori, ristoratori e operatori turistici, hanno scelto di lavorare insieme, condividendo la visione di un Appennino in cui l’economia locale si rinnova e la natura è parte del futuro. Sul lato eventi, in 40 incontri pubblici, è stato celebrato il primo Bear Smart Communities Festival, che ha riunito oltre 250 persone attorno a una visione di sviluppo radicata nella coesistenza con l’animale selvatico e il KinoAppennino, che ha portato 35 artisti nel cuore dell’Appennino Centrale, oltre alla seconda edizione del Convegno Nazionale Italicus, organizzato insieme all’associazione Io non ho paura del lupo. Il 2025 ha confermato l’impegno di Rewilding Apennines per il ripristino fluviale con la rimozione dello sbarramento sul fiume Liri e il rilascio di trote e gamberi autoctoni; ma i numeri degli interventi effettuati riguardano anche l’installazione di 80 recinti elettrificati, 53 cassonetti anti-orso e il rinforzo 5 pollai. Questi strumenti sono essenziali per ridurre i danni, prevenire i conflitti ed evitare che gli orsi si abituino alla presenza umana.

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Mario Catania

Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.