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Fondi ad Hamas, scarcerati in tre: smontato l’impianto basato sui dossier israeliani

Il Tribunale del Riesame di Genova ha disposto la scarcerazione di tre dei sette arrestati nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas, annullando le misure cautelari emesse il 27 dicembre scorso nei confronti di Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, Raed Al Salahat e Khalil Abu Deiah. Restano invece in carcere Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, accusato di essere il vertice della presunta cellula italiana e finanziatore dell’organizzazione, e altri quattro indagati, con conferma della custodia cautelare. Secondo il Riesame, parte dell’impianto probatorio – in particolare la cosiddetta “battlefield evidence”, ossia il materiale di intelligence di origine israeliana – non è stato ritenuto pienamente utilizzabile. Il Riesame ha messo in discussione l’assunto più delicato dell’inchiesta: che materiale di intelligence militare, raccolto in un contesto di guerra, possa diventare automaticamente prova processuale, riaffermando il confine tra attività bellica e garanzie dello Stato di diritto. Le motivazioni della decisione verranno depositate entro 30 giorni.

Tutti e sette gli indagati erano stati detenuti alla fine dello scorso dicembre, quando, sulla base di documentazione proveniente per la maggior parte di Israele, erano stati accusati di finanziare il gruppo di resistenza palestinese Hamas. Il gip di Genova ha deciso di procedere nonostante le accuse provenissero da uno Stato sul quale pende una causa per genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia e nonostante, come emerge dagli atti, non vi fossero prove schiaccianti contro Hannoun e gli altri indagati. Non vi sono nemmeno indicazioni su come l’esercito israeliano (IDF) abbia raccolto le prove delle accuse che il governo di Tel Aviv rivolge ad Hannoun e agli altri sei arrestati, nonostante sia fondamentale, ricorda l’istanza stessa del gip, che siano raccolte «in modo conforme allo Stato di diritto e ai diritti umani».

Per coloro che rimangono in carcere, il Tribunale avrebbe ritenuto di poter valutare in maniera separata l’esistenza di indizi di colpevolezza, basandosi su fonti differenti – e quindi non sulle accuse israeliane. Nel frattempo, la scarcerazione rappresenta «un risultato importante», ha commentato [1] Nicola Canestrini, avvocato, che sottolinea come «la giustizia non può essere usata come strumento di guerra».

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Valeria Casolaro

Ha studiato giornalismo a Torino e Madrid. Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione, frequenta la magistrale in Antropologia. Prima di iniziare l’attività di giornalista ha lavorato nel campo delle migrazioni e della violenza di genere. Si occupa di diritti, migrazioni e movimenti sociali.