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Grecia, assolti dopo sette anni gli operatori umanitari accusati di traffico di migranti

«Tutti gli imputati sono assolti perché il loro obiettivo non era commettere un reato, ma fornire aiuti umanitari». Con questa motivazione, la Corte d’appello di Lesbo ha prosciolto 24 attivisti accusati di traffico di migranti e altri reati legati alla gestione dei flussi sull’isola greca, ponendo fine a un’odissea giudiziaria di oltre sette anni. Tra gli operatori assolti figurano anche la nuotatrice, attivista e rifugiata siriana Sarah Mardini e il volontario Seán Binder, arrestati nel 2018 e divenuti simboli della lotta contro la criminalizzazione della solidarietà.

La vicenda giudiziaria si è innestata nel pieno della crisi migratoria, che ha visto Lesbo come uno dei principali punti di arrivo dei migranti diretti verso l’Europa. I 24 operatori, appartenenti all’organizzazione [1] Emergency Response Centre International (ERCI), erano stati fermati in vari momenti tra il 2018 e il 2019, con accuse che spaziavano dall’«associazione a delinquere allo scopo di facilitare l’ingresso illegale di cittadini stranieri in Grecia» al riciclaggio. In caso di condanna, avrebbero rischiato fino a 20 anni di carcere. Seán Binder e Sarah Mardini – che ha ispirato il film Netlflix The Swimmers, che racconta il suo lungo viaggio dalla Siria a Berlino – hanno entrambi passato mesi in custodia cautelare nel 2018 e anni di incertezza legale. Nel corso degli anni, il processo è stato segnato da rinvii e forti contestazioni, soprattutto per l’impianto accusatorio: tra gli elementi indicati come prova figurava anche l’uso di WhatsApp per coordinare i soccorsi, interpretato dall’accusa come segno di un’organizzazione criminale. La Corte ha respinto questa lettura, chiarendo che un gruppo di messaggistica non equivale a una struttura criminale organizzata. Il pubblico ministero Dimitris Smyrnis aveva chiesto l’assoluzione degli operatori umanitari, sottolineando che «non è stata dimostrata alcuna responsabilità penale», contribuendo alla decisione finale di proscioglimento. Il giudice Vassilis Papathanassiou, presidente del tribunale penale di Mitilene, ha motivato la sentenza, spiegando che le azioni degli attivisti avevano come unico scopo «salvare vite in mare», non commettere reati.

Il verdetto è stato accolto con sollievo e celebrazioni fra i difensori e i sostenitori degli imputati. Wies de Graeve, direttore esecutivo per il Belgio di Amnesty International [2], che si trovava nell’aula del tribunale di Lesbo ha definito la decisione «agrodolce»: una vittoria per la giustizia, ma segnata dai danni personali e professionali causati da anni di processo. Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio istituzioni europee di Amnesty International, ha sottolineato che le «accuse non avrebbero mai dovuto arrivare in tribunale», mentre Human Rights Watch [3] ha rimarcato il peso del «calvario giudiziario» che hanno dovuto affrontare gli imputati «per aver salvato delle vite». Secondo le ONG, il processo e la sua lentezza riflettono una tendenza più ampia alla militarizzazione delle frontiere e alla criminalizzazione della solidarietà, che in tutta Europa ha prodotto un effetto deterrente sulle operazioni di soccorso, riducendo l’assistenza proprio dove sarebbe più necessaria.

Il caso riapre il dibattito su come gli Stati europei trattano la solidarietà nei confronti dei migranti. Il governo Mitsotakis ha adottato misure [4] tra le più rigide d’Europa: in base alla normativa greca [5], le leggi anti-smuggling vengono applicate in modo così estensivo che chi guida un’imbarcazione di migranti finisce spesso incriminato per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, anche senza prove di profitto o legami con reti criminali. Ne deriva una lunga serie di processi fondati talvolta sulla sola testimonianza della guardia costiera, in cui persone che raccontano di essere state costrette a prendere il controllo del mezzo – talvolta per evitare naufragi – vengono trattate come scafisti e condannate a pene sproporzionate. Nonostante la linea dura del governo greco, la pressione non si arresta: nelle ultime settimane oltre mille migranti sono arrivati tra Creta e Gavdos, soprattutto dal Nord Africa. A fine ottobre 2025, gli attraversamenti illegali erano 39.495, in calo del 18% su base annua, ma sufficienti a mantenere alta la tensione politica.

L’assoluzione non cancella l’impatto sulle vite degli imputati, ma indica che il sistema giudiziario può distinguere tra aiuto umanitario e traffico di esseri umani e, come ha commentato Seán Binder, la sentenza dovrebbe creare un precedente e ricordare che «fornire assistenza umanitaria salvavita è un obbligo, non un reato».

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.