Negli ultimi anni, gli Stati europei hanno progressivamente spostato il baricentro delle proprie politiche dalla sola difesa “esternalizzata” a una vera e propria preparazione interna. Come dimostrano le loro recenti mosse, il risultato è, a seconda dei casi, un incremento delle spese per armamenti, l’attivazione di fondi straordinari per le forze armate, la diffusione di campagne di preparazione della popolazione, la revisione di quadri normativi per la protezione civile, l’istituzione o il rafforzamento di riserve e meccanismi di leva. Lo scorso giugno i ministri della Difesa dei 32 Paesi membri della NATO si sono accordati [1]sui nuovi obiettivi per le spese militari. In particolare, si è arrivati a un’intesa di compromesso tra i vari attori incentrata sull’aumento delle capacità nazionali della Difesa al 3,5% del PIL, aggiungendo un ulteriore e più discrezionale 1,5% in investimenti correlati, tra cui le infrastrutture e la cybersicurezza. Nel frattempo, in un contesto europeo segnato dal deterioramento della sicurezza e dall’isteria prebellica che fungono da motore, i singoli Paesi intensificano le misure difensive e rivedono radicalmente il concetto di sicurezza nazionale, ponendo al centro della strategia il principio della “difesa totale”, che coinvolge l’intera società civile. Giorno dopo giorno, la retorica della “preparazione” agisce per normalizzare la prospettiva del conflitto come scenario probabile, contribuendo, nei fatti, a comprimere il dibattito democratico sul rapporto costi-benefici di questi programmi.
Norvegia
La Norvegia, che condivide con la Russia una frontiera di circa 196 km, sta attuando un significativo riarmo attraverso piani di spesa per la difesa che ammontano a 611 miliardi di corone (circa 51 miliardi di euro) entro il 2036 per modernizzare le forze armate, raggiungere l’obiettivo NATO del 2% del PIL e potenziare truppe di terra, truppe di aria, sorveglianza e marina. A Kongsberg, cittadina situata a 85 chilometri da Oslo, le autorità locali stanno riattivando i bunker della Guerra fredda, innestando nuovi sistemi di comunicazione satellitare al fine di poter affrontare un eventuale scenario bellico. Kongsberg ospita il gruppo industriale che porta lo stesso nome, specializzato nella realizzazione di sofisticati sistemi d’arma, inclusi missili oggi utilizzati nel conflitto in Ucraina. In caso di scoppio del conflitto, la città potrebbe assumere [2]la funzione di hub logistico per le operazioni delle forze armate occidentali. Lo scorso maggio, l’amministrazione locale ha avviato confronti con rappresentanti militari per organizzare l’eventuale accoglienza e il supporto alle truppe alleate, dalla sanità alle strutture ricettive. «Qualora gli alleati dovessero giungere in Norvegia per addestrarsi o combattere, la comunità dovrà farsi trovare pronta», ha spiegato Odd John Resser, responsabile della pianificazione delle emergenze cittadine.
Finlandia

Entrata nell’Alleanza atlantica nel 2023, la Finlandia – insieme a Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia – ha annunciato [3]alcuni mesi fa che intende abbandonare la Convenzione di Ottawa che vieta l’uso, la produzione e lo stoccaggio delle mine antiuomo. Allo stesso tempo, ha reso noto che aumenterà le spese per la difesa portandole a oltre il 3% del PIL entro il 2029. Entrambe decisioni atte a fronteggiare quella che la nazione nordeuropea considera la crescente minaccia militare proveniente dalla Russia. Il governo finlandese aveva già pubblicato nel novembre 2024 una guida ufficiale per i cittadini su come prepararsi alle emergenze, intitolata Prepare for incidents and crises. La pubblicazione del Ministero dell’Interno elenca scenari come blackout, epidemie o attacchi militari, raccomandando alle famiglie di conservare in casa scorte di acqua potabile, cibo non deperibile, farmaci e altri beni essenziali. In particolare, la brochure invita tutti i residenti a disporre di quanto necessario per almeno 72 ore di autosufficienza, ribadendo che Stato e soccorritori interverranno solo dopo aver assistito chi non può provvedere da sé.
Svezia
Il governo svedese, lo scorso settembre, ha ufficialmente dichiarato [4] che nel 2026 aumenterà la spesa per la difesa di 26,6 miliardi di corone (2,3 miliardi di euro), portandola complessivamente al 2,8% del PIL. Un aumento che, ha dichiarato il premier Ulf Kristersson, rappresenta «il prossimo grande passo nel riarmo della difesa svedese». Nel novembre 2024, l’opuscolo aggiornato In case of crisis or war (In caso di crisi o guerra) realizzato dall’Agenzia svedese per la sicurezza civile (MSB) era stato inviato a tutte le famiglie. La pubblicazione di 32 pagine spiega come comportarsi in caso di attacco convenzionale o nucleare, segnalando l’importanza di ripararsi in rifugi anti-aerei e di seguire le istruzioni ufficiali. Il ministro della Difesa svedese ha motivato l’iniziativa con il «deteriorarsi della situazione di sicurezza» dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Il materiale distribuito ai cittadini sottolinea che in caso di attacco nucleare i rifugi offrono la miglior protezione e raccomanda anche scorte di iodio per eventi radiologici.
Estonia
Il governo estone ha approvato nel maggio 2025 un disegno di legge che unifica [5]in un unico quadro normativo le procedure di crisi civili e di difesa nazionale. La riforma ha attribuito nuovi compiti alle autorità locali – dai piani di evacuazione alla gestione dei servizi essenziali (acqua, energia, sanità) – e rafforzato i poteri dell’esercito in caso di minaccia imminente. Tallinn accelera inoltre sul piano di rafforzamento difensivo da 2,3 miliardi di euro, inserito nel progetto dello “Scudo orientale” condiviso con Baltici, Polonia e Finlandia. Considerandosi il primo baluardo dell’Occidente, l’Estonia punta sulla difesa terrestre: entro il 2027 realizzerà un fossato anti-carro lungo 40 chilometri, protetto da filo spinato, denti di drago e oltre 600 bunker. Tra le misure figura anche l’uso strategico delle torbiere allagabili. Sul fronte aereo, i Paesi baltici chiedono a Bruxelles fondi per potenziare la contraerea e creare un «muro di droni».
Lettonia
Il 5 aprile 2023 la Saeima (Parlamento) lettone ha approvato la legge sul Servizio di Difesa Nazionale, reintroducendo [6]la coscrizione obbligatoria. La nuova normativa prevede che tutti i cittadini maschi in età 18-27 anni possano essere richiamati in servizio per un periodo formativo (in aggiunta al servizio volontario già esistente). La misura è stata motivata dalle autorità come necessario incremento della prontezza militare a fronte delle minacce regionali. Ad aprile, inoltre, la Lettonia è stato in assoluto il primo dei Paesi del mar Baltico a ritirarsi dal trattato sulla messa al bando delle mine antiuomo, con un voto parlamentare che ha detto sì ad ampia maggioranza al ritiro dalla Convenzione di Ottawa.
Lituania
Anche in Lituania sta trovando attuazione un significativo riarmo in risposta alla minaccia russa, attraverso un rafforzamento delle proprie capacità difensive. Tra le misure, la costruzione di fortificazioni fisiche al confine (come i “denti di drago”) e il futuro avvio della produzione nazionale di mine antiuomo dopo il ritiro dal trattato di Ottawa che le vieta. Da gennaio 2024, l’esecutivo della Lituania ha introdotto [7] l’obbligo di realizzare un rifugio antiaereo per ogni edificio residenziale di oltre cinque piani. Per un sostegno attivo ai Comuni, il Ministero dell’Interno di Vilnius ha stanziato decine di milioni di euro per la ristrutturazione o la creazione di nuovi rifugi e strutture di protezione collettiva. Inoltre, le autorità hanno deciso di potenziare il portale web LT72.lt, che oggi mappa [8]tutti i rifugi e centri di sicurezza del Paese e fornisce alle famiglie istruzioni su come preparare una “borsa di emergenza” con scorte per 72 ore.
Polonia
Dal 2022, il governo polacco ha moltiplicato gli investimenti militari, spendendo nel corso di quest’anno il 4,7% del PIL per la difesa, pari a circa 35 miliardi di dollari (tre volte la spesa del 2014). La finalità è quella di diventare il terzo più grande esercito della NATO, con 300mila effettivi. Varsavia ha provveduto ad acquistare aerei da combattimento FA-50, elicotteri Apache, F-35 e obici semoventi K9, ed entro il 2030 prevede di schierare circa 1100 carri armati PT-91, Leopard, Abrams e K2. Il 1° gennaio 2025 è entrata in vigore in Polonia la legge del 2024 sulla protezione della popolazione e difesa civile, frutto di una riforma [9]voluta dal Ministero degli Interni. Il ministro Tomasz Siemoniak ha definito la norma «rivoluzionaria», dal momento che ricostruisce il sistema di rifugi, allarmi e assistenza sanitaria in modo organico. Il provvedimento ridefinisce i compiti degli enti pubblici in pace e in guerra, garantendo lo stesso livello di protezione civile in ogni circostanza.
Germania

La Germania sta mettendo mano al più massiccio piano di riarmo in Europa. Il governo federale ha infatti approvato [10] negli ultimi mesi una pianificazione di spesa da 377 miliardi di euro destinata alla modernizzazione della Bundeswehr (le forze armate della Repubblica Federale di Germania) e all’acquisto di nuovi sistemi d’arma. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la capacità difensiva del Paese e rendere la Germania «la spina dorsale della sicurezza europea», come ha spiegato il cancelliere Friedrich Merz. Per Berlino, la spesa per la difesa potrebbe così arrivare a 150 miliardi annui (3,5% del PIL) già nel 2029, anticipando il target NATO. Parallelamente, il governo ha avviato colloqui con Stati Uniti e i partner dell’Alleanza atlantica per la produzione congiunta di armamenti e la creazione di un sistema europeo di difesa missilistica. Nelle scuole, nel frattempo, vengono introdotti nuovi moduli di “Educazione alla resilienza” e simulazioni di emergenza, nel quadro di un piano nazionale di preparazione a crisi e conflitti.
Grecia
Dopo anni di tagli, la Grecia ha deciso di rilanciare in maniera pesante gli investimenti militari. Il primo ministro Kyriakos Mitsotakis ha annunciato [11] ad aprile 2025 un piano di spesa da 25 miliardi di euro fino al 2036. Nel dettaglio, parte dei fondi finanzierà nuovi sottomarini, droni, sistemi missilistici (come il programma “Achilles Shield” di difesa anti-aerea) e ammodernamento degli armamenti esistenti. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la sovranità nazionale, visto che la Grecia già destina circa il 3% del PIL alla difesa (quasi il doppio della media UE). Non sono previsti cambiamenti nel modello di difesa civile – la Grecia vede già un robusto servizio militare volontario – ma le autorità sottolineano l’importanza di esercitazioni periodiche con la popolazione locale, soprattutto nelle isole e regioni di confine.
Regno Unito

Quest’anno l’esecutivo britannico ha messo mano a una completa revisione della difesa (SDR2025) con l’obiettivo di «fare del Regno Unito il leader in materia di difesa in Europa». Il primo ministro Sir Keir Starmer ha già annunciato l’aumento storico [12]della spesa militare, dal 2,0 al 2,5% del PIL entro il 2027, con l’auspicio di arrivare al 3% nella legislatura successiva. Molti sono i provvedimenti messi nero su bianco dal Ministero della Difesa, come potenziamenti dell’esercito di riserva, nuove reclute e accelerazione degli acquisti (dai caccia F-35 a ulteriori sistemi missilistici). Sul fronte civile, è stato realizzato il programma “Resilience Capabilities Programme” (RCP), al fine di rafforzare la capacità statale e locale di risposta alle emergenze, e si lavora a esercitazioni di protezione della popolazione.
Francia
La Francia ha accelerato l’aumento della spesa per la difesa: il presidente Emmanuel Macron ha annunciato in estate l’intenzione [13]di portare la spesa annua di difesa a 64 miliardi di euro entro il 2027, con incrementi addizionali di 3,5 miliardi nel 2026 e 3 miliardi nel 2027 per accelerare la transizione. Parte di questi fondi, ha spiegato, intendono rafforzare il contributo del Paese all’Ucraina. Il governo francese sta inoltre ordinando nuovi sistemi di difesa aerea e capacità anti-drone e ha destinato risorse aggiuntive a droni, munizioni ed elettronica per rispondere alle minacce emergenti. Il Ministero delle Armate ha spiegato i dettagli dell’applicazione della LPM (Loi de Programmation Militaire, la legge di programmazione militare che stabilisce spese e priorità della difesa per gli anni futuri) con investimenti [14]in capacità aeree, navali, contraeree, droni, munizionamento ed elettronica militare, evidenziando il collegamento tra programmazione finanziaria e resilienza industriale e civile. Contestualmente, Parigi lavora su misure atte a «mobilitare la società» senza reintrodurre la leva obbligatoria: la proposta privilegia forme rinnovate di servizio nazionale volontario e il rafforzamento delle riserve.
Italia

Anche nel nostro Paese la corsa al riarmo procede in volata. A dicembre, infatti, il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legislativo che delinea un ampliamento del personale militare con lo scopo di raggiungere i 160mila soldati entro il 2033. Nel frattempo, secondo i dati raccolti e diramati da Milex (Osservatorio indipendente sulle spese militari italiane), in questo 2026 le risorse destinate agli armamenti sfioreranno [15]i 34 miliardi di euro, con un incremento di circa un miliardo rispetto all’anno scorso. Le statistiche, aggiornate alla bozza dell’ultima manovra finanziaria approvata dal governo Meloni, riguardano specificamente la «spesa militare “pura”, cioè riferita esclusivamente alle forze armate», manifestando un consolidamento della crescita che ha portato i fondi per i militari ad aumentare di oltre il 45% nell’ultimo decennio. A dicembre, infine, è arrivata la notizia che il Dipartimento di Stato USA ha dato il via libera a una possibile vendita [16]all’Italia di cento missili aria-superficie a lungo raggio JASSM-ER, per un valore stimato di 301 milioni di dollari. La decisione, notificata al Congresso dalla Defense Security Cooperation Agency (DSCA), riguarda missili AGM-158B/B-2 e fornisce, oltre alle testate, equipaggiamenti e attrezzature correlate.