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Eurosuicidio: il tabù europeo e il declino italiano (un libro di Gabriele Guzzi)

Da oltre trent’anni, i Paesi dell’Eurozona, in particolare l’Italia, attraversano una fase di declino raccontata come una fatalità, schermata da slogan rassicuranti e da una fede cieca nei dogmi di Bruxelles. Eurosuicidio dell’economista Gabriele Guzzi parte da qui: dal rifiuto di considerare inevitabile ciò che è stato, invece, il risultato di scelte politiche precise. La tesi del saggio è brutale nella sua semplicità: «La causa della crisi dell’UE è l’UE stessa». Secondo l’autore, «la crisi che stiamo vivendo oggi non è fortuita», ma è «l’esito logico e coerente di scelte strutturali compiute fin dalle origini dell’Unione Europea». L’adozione dell’euro non ha corretto i difetti strutturali dei Paesi membri, ma li ha irrigiditi fino alla paralisi. Il problema «è la struttura istituzionale, monetaria, politica ed economica che gli europei stessi hanno costruito».

Il libro, pubblicato da Fazi Editore, si muove contro un tabù che da decenni blocca il dibattito pubblico, quello che impedisce di mettere in discussione l’architettura europea senza essere accusati di “eresia politica”. Guzzi, che ha lavorato come consulente economico a Palazzo Chigi e presso il Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, non scrive un manifesto ideologico, ma un atto di accusa documentato contro un sistema che ha prodotto stagnazione economica, impoverimento sociale e una progressiva desertificazione della sovranità democratica. Il cuore del saggio, che vanta la prefazione di Lucio Caracciolo, è proprio la demolizione dell’idea secondo cui l’euro sarebbe stato uno strumento neutro, mal utilizzato dagli Stati membri. Al contrario, Guzzi mostra come l’unione monetaria fosse viziata fin dall’origine: «Mettere insieme Paesi differenti, con economie differenti, con mondi del lavoro differenti, con tassi d’inflazione differenti, con politiche industriali differenti, con rapporti sociali differenti in una sola unione monetaria, senza prevedere contemporaneamente un’unione politica vera e propria, voleva dire preparare tutte le precondizioni per l’autoannichilimento economico, tecnologico, geopolitico e sociale. E questo è ciò che è esattamente avvenuto».

Ampio spazio è dedicato al nostro Paese, che, secondo l’autore, «ha pagato il prezzo più alto», il cui declino in atto dalla metà degli anni Novanta, «trova nell’UE la causa istituzionale più rilevante». L’Italia, lungi dall’essere un allievo indisciplinato come si suole raccontare, è stata, invece, «la più brava della classe», applicando con zelo austerità, riforme strutturali, privatizzazioni e compressione salariale. Il punto, secondo l’economista, è che il Belpaese era quello che peggio si conciliava con il modello che si stava ponendo alla base dell’UE. Il risultato non è stata la crescita promessa, ma quella che l’autore definisce un’economia “zombizzata”, “non-morta”. I dati sulla stagnazione del PIL, sulla produttività ferma e sulla perdita di posizioni relative rispetto agli altri grandi Paesi occidentali diventano la prova materiale di un fallimento che non può più essere attribuito a cause vaghe o morali.

Uno degli elementi più incisivi di Eurosuicidio è l’analisi del carattere quasi religioso assunto dall’integrazione europea nel discorso pubblico italiano. L’euro non viene più valutato in termini di costi e benefici, ma difeso come un dogma. Guzzi parla esplicitamente di «approccio parareligioso» e di «feticcio religioso-politico», alimentato da un senso di colpa collettivo e dall’idea che l’Italia dovesse essere “corretta” dall’esterno. L’integrazione europea diventa un surrogato ideologico capace di sostituire la politica con la fede. In questo quadro, si inserisce il mito della generazione Erasmus, smontato senza indulgenze: dietro la retorica della mobilità e dell’apertura si nasconde la “generazione Maastricht”, segnata da precarietà, emigrazione forzata e assenza di futuro. «Il futuro, in Italia, non esiste perché ha smesso di essere un oggetto possibile del pensiero», scrive Guzzi, cogliendo una frattura non solo economica ma antropologica, dettata dall’impossibilità di immaginare il domani come spazio di trasformazione. La parte finale del libro affronta il nodo più delicato: le alternative. Guzzi non promette soluzioni indolori né scorciatoie tecniche. Avverte che «l’euro non è eterno», come nessuna costruzione storica, e che continuare a considerarlo irreversibile equivale a rinunciare alla politica. L’uscita dalla gabbia europea viene presentata come un processo rischioso, ma ormai necessario, se si vuole evitare una lunga agonia gestita. Il merito principale di Eurosuicidio sta proprio qui: nel restituire legittimità alla domanda che per anni è stata espulsa dal discorso pubblico. Non propone certezze, ma rompe l’incantesimo dell’inevitabile, ricordando che «all’interno di questa integrazione non ci sono possibilità per l’Italia di ridarsi una direzione».

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.