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Proteste in Iran, Trump: “pronti ad aiutare i manifestanti”, Pasdaran in stato di allerta

Le proteste in Iran continuano a salire di intensità. Da ormai settimane, il popolo iraniano si è sollevato [1] per contestare l’aumento dei prezzi e il crollo del rial – la moneta locale – allargando nei giorni le manifestazioni a quello che sembra un più ampio moto anti-governativo. La rete internet nel Paese rimane quasi totalmente inaccessibile, e le notizie arrivano da media internazionali, ONG e da qualche video che riesce a uscire nonostante il blocco. Secondo un bilancio di un gruppo umanitario, sarebbero state uccise oltre 100 persone, e in diversi casi le forze di sicurezza iraniane avrebbero utilizzato armi da fuoco contro i manifestanti. Intanto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a gettare benzina sul fuoco, affermando di essere «pronto a intervenire» in aiuto della popolazione, mentre l’esercito e le Guardie Rivoluzionarie (pasdaran) puntano il dito contro USA e Israele, affermando che le violenze sarebbero state orchestrate dai propri nemici.

È difficile sapere cosa stia esattamente succedendo in Iran. Da ormai tre giorni, la rete internet [2] è praticamente assente in tutto il Paese, e nonostante una piccola ripresa, riescono a emergere poche testimonianze dirette. Diversi [3] video [4] verificati da testate internazionali mostrano strade incendiate e folti cortei sfilare per le città del Paese; altrettante [5] testimonianze [6] raccolte dai media dimostrerebbero l’uso della violenza da parte delle forze di sicurezza iraniane per reprimere il dissenso. Secondo alcune ricostruzioni apparse su media indipendenti, inoltre, il Paese avrebbe schierato anche le Guardie Rivoluzionarie per sedare le rivolte. A essere certo e confermato dai media ufficiali è che le manifestazioni hanno toccato tutti i maggiori centri del Paese, tra cui Teheran, Shiraz e Isfahan, e che siano state particolarmente partecipate; secondo la ONG Iran Human Rights (IHRNGO [7]) – con sede a Oslo, in Norvegia –  le proteste avrebbero ormai raggiunto tutte le province e 111 città. Il bilancio delle vittime resta invece ancora incerto; la stessa IHRNGO parla di almeno 51 morti e oltre 2.000 arresti, Amnesty e Human Rights Watch (HRW [8]) sono ferme al 3 gennaio e riportano di 28 persone uccise, mentre Human Rights Activists News Agency (HRNA [9]), agenzia di stampa delle ONG iraniane, parla di 116 morti e oltre 2.600 arresti con proteste in 185 città.

Le autorità iraniane riconoscono la legittimità delle proteste per il caro prezzi, ma attribuiscono [10] i disordini a USA e Israele; i pasdaran e l’esercito hanno affermato [11] di essere pronti a «difendere la sicurezza nazionale» dalle ingerenze esterne e il portavoce del Parlamento avrebbe affermato che il Paese sarebbe pronto a rispondere in caso di attacchi esterni. Nei giorni scorsi, il presidente degli USA Trump ha affermato a più riprese di essere pronto a intervenire militarmente nel caso in cui il numero di manifestanti uccisi dovesse aumentare, e ieri ha rilasciato un post sul suo social Truth [12], in cui scrive che «gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare»; sempre dagli USA, Reza Pahlavi [13], il figlio dell’ultimo scià, ha rilasciato dichiarazioni in sostegno alle proteste, mentre nel Regno Unito, a Londra, un gruppo di manifestanti ha assaltato [14] l’ambasciata iraniana, sostituendo la attuale bandiera del Paese con quella dello scià, precedente alla rivoluzione khomeinista.
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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.