L’attacco statunitense al Venezuela non è finito col rapimento [1] del presidente Maduro e l’uccisione di oltre cento persone, ma si appresta ora a implementare la seconda fase, volta a mettere le mani sui ricchi giacimenti di petrolio del Paese. Con o senza il beneplacito del governo ora guidato dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, si intende. Dopo aver rilasciato in un primo momento dichiarazioni forti contro Washington, Rodríguez ha aggiustato il tiro, aprendo alla collaborazione con gli Stati Uniti ed evitando, almeno per ora, l’escalation militare. Il presidente USA Donald Trump non la esclude e minaccia l’esecutivo di Caracas in caso di interferenze coi suoi piani sul petrolio venezuelano (sic!). Nel frattempo, il Tycoon ha iniziato a radunare le multinazionali del settore per spartirsi le riserve del Paese. Immancabili i colossi americani, come Exxon Mobil e Chevron, cui si è aggiunta in sordina anche l’italiana ENI.
«Le aziende americane avranno l’opportunità di ricostruire le infrastrutture energetiche obsolete del Venezuela e alla fine aumentare la produzione di petrolio a livelli mai visti prima», ha dichiarato Trump durante un incontro avuto venerdì alla Casa Bianca con 14 multinazionali del fossile. Presenti, tra gli altri, i rappresentanti di Exxon Mobil, ConocoPhillips, Chevron ed ENI, nella persona dell’amministratore delegato Claudio Descalzi, che ha commentato: «Abbiamo 500 persone nel Paese. Siamo pronti a investire e lavorare con le compagnie americane». A quanto pare, la fedeltà del governo Meloni, avamposto europeo [2]dell’amministrazione Trump, potrebbe portare presto a maturazione i primi frutti con il coinvolgimenti di ENI — il cui azionista principale è il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) — nell’affair venezuelano.
In Venezuela Trump intende annullare 20 anni di nazionalizzazioni, iniziate col presidente Hugo Chávez. Per portare a termine il suo piano espropriatore, il presidente USA chiede un investimento complessivo di 100 miliardi di dollari alle aziende interessate. Ci si attende una competizione interna tra queste ultime, volta ad accaparrarsi le licenze per estrarre, raffinare e commerciare il petrolio venezuelano, traendone profitto. Interrogato sui dettagli della spartizione degli utili, Trump si è mostrato vago, dichiarando che l’idea è «dividere quei soldi tra Venezuela, Stati Uniti e multinazionali».
I colossi del settore provano a mascherare l’entusiasmo, forse nel tentativo di strappare uno sconto sull’investimento, adducendo motivazioni varie, a partire proprio dall’instabilità politica causata dall’aggressione militare della Casa Bianca. Trump, oltre a ribadire che saranno gli «Stati Uniti a decidere quali compagnie potranno lavorare in Venezuela», ha provato a rassicurarle, sfoggiando l’accordo stipulato coi leader ad interim del Paese, i quali avrebbero accettato di consegnare 50 milioni di barili di petrolio a Washington.
Al di là di ciò che decideranno Delcy Rodríguez e gli altri ministri del governo Maduro, gli attori interessati alle risorse del Paese latinoamericano non potranno escludere dall’equazione lo storico sentimento antimperialista del popolo venezuelano, valutando lo stato di salute della rivoluzione bolivariana iniziata da Chávez.