Da gennaio 2026, in Francia non è più possibile vendere, importare o produrre cosmetici, indumenti e altri prodotti di uso quotidiano che contengano PFAS, le sostanze chimiche note per la loro capacità di resistere praticamente in eterno. Il divieto è l’effetto concreto di una legge approvata dal Parlamento francese [1] nel febbraio 2025, dopo anni di allarmi scientifici e una mobilitazione pubblica che ha coinvolto oltre 140 mila cittadini. Con l’entrata in vigore del provvedimento, la Francia diventa tra i primi Paesi al mondo a colpire in modo diretto l’uso delle sostanze perfluoroalchiliche nei beni di consumo, affrontando un problema che riguarda la salute, l’ambiente e l’acqua potabile.
I PFAS [2] sono una famiglia di migliaia di composti chimici utilizzati fin dagli anni Quaranta per rendere materiali impermeabili, resistenti al calore e allo sporco. Proprio questa loro stabilità li ha resi molto appetibili per l’industria, ma anche estremamente problematici: una volta rilasciati nell’ambiente, non si degradano e si accumulano nel suolo, nelle acque, negli animali e nel corpo umano. Negli ultimi decenni sono stati rintracciati praticamente ovunque, dai ghiacci dell’Himalaya ai fondali oceanici, fino al sangue della popolazione generale. Le evidenze scientifiche sui rischi – dall’aumento di alcuni tumori alle alterazioni ormonali e del sistema immunitario – sono ormai consolidate.
La legge francese interviene laddove esistono già alternative prive di PFAS. Nel perimetro del divieto rientrano cosmetici, capi di abbigliamento, prodotti impermeabilizzanti e articoli come la sciolina da sci. Dal 2030 lo stop sarà esteso a tutti i tessuti, con l’eccezione degli indumenti protettivi considerati indispensabili, come quelli per vigili del fuoco e militari.
Accanto al bando sui prodotti, la normativa rafforza il controllo sulla qualità dell’acqua potabile. Le autorità sanitarie sono ora obbligate a effettuare monitoraggi periodici su tutte le principali varianti di PFAS, incluso il TFA, una delle più diffuse e difficili da rimuovere. I risultati delle analisi dovranno essere pubblicati annualmente su piattaforme digitali accessibili ai cittadini. La legge introduce anche il principio “chi inquina paga”: le aziende che continuano a rilasciare PFAS nell’ambiente saranno soggette a una tassa proporzionale alle quantità emesse, con fondi destinati alla bonifica di falde e terreni contaminati e al potenziamento degli impianti di depurazione.
Il provvedimento presenta comunque alcune zone d’ombra. Dal testo finale sono state escluse le pentole antiaderenti, inizialmente incluse nel divieto. L’eliminazione è arrivata dopo una forte pressione industriale, in particolare da parte del gruppo SEB, proprietario del marchio Tefal. L’azienda sostiene che i rivestimenti in PTFE utilizzati oggi non rappresentino un rischio per la salute e non contengano PFOA, bandito dal 2012. Una posizione che non convince una parte della comunità scientifica, visto che diversi studi indicano il possibile rilascio di micro e nanoplastiche durante l’uso domestico.
Il contesto europeo rende comunque il provvedimento francese particolarmente rilevante. In Europa si stima che almeno 12,5 milioni di persone vivano in aree in cui l’acqua potabile è contaminata da PFAS. In Italia la situazione è particolarmente critica: un’indagine [3] di Greenpeace del 2024 ha rilevato la presenza di queste sostanze nel 79% dei campioni di acqua potabile analizzati.