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Trump, imperialismo senza freni: vuole anche Cuba, Colombia e Groenlandia

«L’America può proiettare la propria volontà ovunque, in qualsiasi momento». La frase pronunciata dal capo del Pentagono Pete Hegseth il 3 gennaio in conferenza stampa fotografa senza ambiguità il nuovo corso dell’imperialismo trumpiano. Il Venezuela [1] non è un’eccezione, ma un ritorno all’origine: la riaffermazione della dottrina Monroe in versione aggiornata: “Le Americhe agli americani” diventa un principio operativo che ridefinisce l’America Latina come “cortile di casa”, spazio naturale di influenza e intervento di Washington. In questo quadro, la cattura di Maduro assume un valore soprattutto simbolico, mentre l’asse della pressione si sposta anche su Cuba e Colombia. A questi si aggiunge la Groenlandia, rivendicata da Trump come necessità strategica per la sicurezza USA, nonostante il secco no di Copenaghen.

A fare da megafono alle ambizioni neoimperialiste di Washington è Marco Rubio che ha difeso l’operazione in Venezuela chiarendo che: «Questo è il nostro emisfero». Parole che demarcano la politica muscolare della Casa Bianca ed evocano una memoria storica tutt’altro che sepolta. Il linguaggio dell’“amministrazione temporanea”, già ascoltato a Panama e poi in Iraq, oggi viene riproposto in forma quasi identica con Caracas, confermando come la promessa di gestione responsabile si traduca spesso in puro dominio. E proprio nelle ultime ore, il Segretario di Stato, figlio di emigranti controrivoluzionari cubani, durante una intervista alla NBC [2], ha parlato apertamente di “preoccupazione” per i vertici dell’Avana, lasciando intendere scenari di regime change, affermando che il governo cubano «è un enorme problema» ed è «in grossi guai». «Non penso che sia un mistero il fatto che non siamo dei grandi fan del regime cubano», ha ricordato Rubio.

L’attacco frontale più netto è, però, quello contro la Colombia. Trump [3] ha accusato il governo di Bogotá di non affrontare adeguatamente il narcotraffico e ha lasciato intendere possibili misure severe, includendo la minaccia di intervento militare. Vittima degli strali è il presidente Gustavo Petro, che secondo il tycoon «produce cocaina, la manda negli Stati Uniti, quindi stia attento a non farsi beccare». Petro ha respinto le accuse su X [4], definendole infondate e strumentali, ha rivendicato la sovranità della Colombia e avvertito che il suo Paese non accetterà pressioni, minacce o ingerenze esterne. Anche il Messico è finito nel mirino di Washington: «Dobbiamo fare qualcosa con il Messico, il Messico deve darsi una regolata» ha dichiarato Trump sull’aereo presidenziale. In una intervista a Fox News [5], il tycoon ha sostenuto che la presidente messicana Claudia Sheinbaum non stia realmente governando il suo Paese, ma che siano invece i cartelli della droga a controllare la nazione: «Quindi dobbiamo fare qualcosa», ha concluso Trump.

Dopo aver rilanciato le minacce in America Latina, Trump ha posto al centro dell’agenda anche la Groenlandia, definendola “necessaria” agli Stati Uniti: «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale, e la Danimarca non sarà in grado di occuparsene». Il presidente USA ha collegato la posizione artica del territorio alla crescente presenza di navi russe e cinesi, sostenendo che Washington deve avere un ruolo maggiore nel controllo dell’isola autonoma e che ciò sarebbe anche nell’interesse europeo: «L’UE ha bisogno che noi abbiamo la Groenlandia». In un’intervista all’Atlantic [6], il presidente ha ribadito che l’obiettivo è «Prendere il controllo fino a quando non ci sarà una transizione ordinata». Le tensioni sono aumentate dopo un post [7] della podcaster Katie Miller, moglie di Stephen Miller, uno dei più stretti collaboratori di Trump, che ha pubblicato un’immagine della Groenlandia coperta dalla bandiera USA con la scritta «Presto». La reazione di Copenaghen [8] è stata netta: la premier danese Mette Frederiksen ha respinto al mittente ogni ipotesi di annessione o di minacce, affermando che gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di prendere il controllo della Groenlandia e invitando Washington a cessare ogni pressione su un alleato storico.

Dalle Ande all’Artico emerge una strategia coerente di Washington: colpire i governi non allineati, ridisegnare rapporti di forza e imporre interessi strategici in nome della sicurezza. È un neoimperialismo senza freni, che cambia linguaggio rispetto al passato ma non natura, mentre guerra e violazione della sovranità rimangono prassi ordinaria.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.