I detriti spaziali rappresentano un problema di lunga data e diventano sempre più critici con la nuova corsa allo spazio che coinvolge le principali potenze globali. Per ridurre il rischio di collisioni accidentali, Starlink ha aperto l’anno annunciando che nel corso del 2026 abbasserà progressivamente l’orbita dei propri satelliti. Si tratta di un cambio di strategia rilevante, concepito ufficialmente per rendere la costellazione più compatta e aumentare la sicurezza delle operazioni, ma che aiuterà anche a smantellare più velocemente gli apparecchi difettosi e a evitare gli scontri con le basi spaziali.
L’annuncio è arrivato direttamente su X dal vicepresidente dell’ingegneria dell’azienda, Michael Nicolls. Nel suo post [1], il dirigente ha parlato dell’avvio di “una significativa riconfigurazione della costellazione satellitare”, che porterà la rete satellitare di SpaceX ad abbandonare l’attuale quota di 550 chilometri per concentrarsi su un’orbita più bassa, intorno ai 480 chilometri. Un abbassamento di circa 70 chilometri che, secondo l’azienda, permetterà di operare in una fascia orbitale meno affollata e quindi più sicura.
Nel presentare il piano, Nicolls sottolinea che all’inizio del 2030 è atteso un periodo di minima solare, un fenomeno ciclico che modifica la densità degli strati superiori dell’atmosfera terrestre e incide direttamente sulla gestione di tutto ciò che orbita intorno al pianeta. L’effetto più rilevante riguarda i cosiddetti “tempi di decadimento balistico”, cioè la durata del processo che porta i satelliti a perdere quota fino al loro rientro nell’atmosfera. La dichiarazione arriva a poche settimane da quando, il 17 dicembre, Starlink aveva segnalato [2]un’anomalia ad uno dei suoi satelliti che alcuni osservatori hanno attribuito a una fonte energetica interna, altrimenti detta esplosione [3]. Indipendentemente dalle cause, l’evento ha prodotto un “piccolo numero di oggetti a bassa velocità relativa”.
“I satelliti Starlink hanno un’affidabilità estremamente elevata, con solo due unità non operative su una flotta di oltre 9.000 satelliti”, sottolinea Nicolls, evitando però di menzionare apertamente il recente incidente. “Tuttavia, se un satellite si guasta in orbita, vogliamo che rientri il più rapidamente possibile. Queste misure miglioreranno ulteriormente la sicurezza della costellazione, soprattutto in presenza di rischi difficili da controllare, quali le manovre o i lanci non coordinati da parte di altri operatori”. Una stoccata finale che, di fatto, sposta l’attenzione dai rischi legati alle operazioni della stessa Starlink per indirizzarla verso attori terzi, con un riferimento implicito alle attività spaziali della Cina.
Il 13 dicembre, il dirigente aveva infatti lamentato [4] il rischio di collisione tra due satelliti e un lancio da lui attribuito al centro spaziale di Jiuquan, denunciando come la scarsa coordinazione e comunicazione internazionale rappresentino un pericolo per tutti gli operatori della space economy. Un’osservazione più che fondata, considerando che la normativa spaziale internazionale è ferma agli anni Settanta e che mancano impegni condivisi in grado di regolamentare un settore che, nel frattempo, è cresciuto e si è trasformato profondamente.
Complice un clima politico tutt’altro che disteso, Cina e Russia hanno più volte dimostrato di essere pronte a condurre operazioni spaziali senza coinvolgere in modo adeguato i loro omologhi occidentali. Allo stesso tempo, va riconosciuto che anche SpaceX non sempre si è mostrata pienamente trasparente: nel 2021, la Cina si è dovuta rivolgere [5] alle Nazioni Unite per segnalare che la China Space Station (CSS) era stata costretta in più occasioni a modificare la propria orbita pur di evitare potenziali collisioni con i satelliti Starlink.