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Brasile, Lula messo in minoranza: il Parlamento approva la legge per aumentare la deforestazione

È passata poco più di una settimana dalla chiusura della Conferenza dell’ONU sull’ambiente, in Brasile, ma lo stesso Paese ospitante non ha voluto attendere per smantellare il proprio sistema di tutele dell’ambiente e delle popolazioni indigene. I legislatori brasiliani hanno infatti approvato il progetto di legge 2.159/2021 [1], respingendo i veti che il presidente Lula era riuscito a trovare in aula; la proposta, soprannominata “Legge della Devastazione”, cancella le tutele per alcuni dei territori indigeni e riduce drasticamente i vincoli ambientali sui progetti ingegneristici e dell’industria agricola, permettendo di aggirare analisi e controlli attraverso una semplice autocertificazione. A rimanere fuori da tale misura sono solo i progetti ad alto rischio ambientale, che tuttavia potrebbero venire approvati direttamente dal governo, se considerati politicamente rilevanti. La legge è stata duramente contestata da specialisti e organizzazioni per l’ambiente, e ora dovrà passare dal presidente Lula, che nonostante il diritto di veto potrebbe non riuscire a impedirne l’approvazione definitiva.

Il progetto di legge 2.159/2021 è stato approvato lo scorso giovedì 27 novembre, a meno di una settimana dalla chiusura della COP30 [2]. La proposta intende semplificare le autorizzazioni ambientali riducendo la burocrazia e il monitoraggio statale. Essa prevede l’istituzione delle cosiddette “LAC” (Licenze ambientali di Adesione e Impegno) per tutti i progetti imprenditoriali a medio impatto ambientale. Le LAC – in forma diversa già previste per i progetti a basso impatto ambientale – introducono un sistema di auto-autorizzazione che aggira le valutazioni tecniche: in sostanza, per superare i vincoli ambientali, le verifiche e le analisi, basterà un’autocertificazione in cui il costruttore dichiari che il proprio progetto non mina alla conservazione dell’ambiente. Tra le attività interessate dalla misura vi sarebbero per esempio i lavori di bonifica di base, la manutenzione di strade e porti e la distribuzione di energia a bassa tensione. Oltre alle LAC, la legge introduce le LAE (Licenze Ambientali Speciali): esse consentono al governo federale di accelerare il rilascio delle licenze per progetti considerati strategici, aggirando i vincoli ambientali a prescindere dai loro livelli di rischio.

La legge, inoltre, introduce diverse deroghe per le attività agricole e agro-industriali: essa cancella i vincoli ambientali rivolti ai proprietari terrieri iscritti al Catasto Ambientale Rurale, così come alle attività di coltivazione di interesse agricolo, all’allevamento estensivo e semi-intensivo, all’allevamento intensivo su piccola scala e a parte della ricerca agricola. Parallelamente, la proposta indebolisce il ruolo di monitoraggio e analisi dell’Istituto Nazionale del Patrimonio Storico e Artistico e delle varie agenzie ambientali brasiliane come il Consiglio Nazionale per l’Ambiente e l’Istituto Chico Mendes per la Conservazione della Biodiversità, aprendo la porta ad attività economiche nelle aree sottoposte a tutela ambientale. A venire potenzialmente sottoposte ad attività economiche non sono solo le aree tutelate, ma anche quelle indigene. La legge, infatti, elimina la protezione dei territori indigeni e quilombola ancora in fase di demarcazione.

La proposta era stata approvata dal Senato lo scorso maggio, ma il presidente Lula era riuscito a trovare circa 60 veti alla Camera per fermarne l’approvazione; con la ratifica anche dall’aula bassa, ora tocca a lui decidere se porre il veto o firmarla definitivamente. In ogni caso, un eventuale fermo di Lula potrebbe venire superato dai legislatori con una votazione a maggioranza assoluta. La legge è stata contestata da diverse figure tanto della politica quanto della società civile. A maggio, il WWF [3] ha rilasciato un comunicato in cui la definisce «la più grande battuta d’arresto nella legislazione ambientale brasiliana degli ultimi 40 anni»; anche Oxfam [4] ha manifestato «grave preoccupazione» per la sua formulazione, e diversi esperti e analisti ambientali la hanno definita [5] «incostituzionale», perché andrebbe contro il dovere dello Stato di garantire ai propri cittadini la vita in un ambiente sano, e contro gli obblighi di monitoraggio e tutela del patrimonio ambientale.

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.