Una sollevazione corale sta scuotendo il panorama musicale basco, dove più di 650 artisti, riuniti sotto il nome di Musikariak Palestinarekin (Musicisti con la Palestina), hanno deciso di rimuovere i propri brani dalla piattaforma Spotify. La scelta coinvolge 162 gruppi e nomi di primo piano, tra i quali Fermin Muguruza, La Furia e Jon Maia, e costituisce una reazione diretta agli ingenti investimenti nel settore bellico da parte del fondatore e principale azionista della piattaforma, Daniel Ek. L’atto è scaturito in particolare dall’indignazione per i quasi 700 milioni di euro da questi destinati a Helsing Defense, azienda che sviluppa droni militari dotati di intelligenza artificiale.
L’iniziativa, presentata pubblicamente alla libreria Katakrak di Pamplona, affonda le sue radici nella situazione in Palestina. I portavoce del collettivo [1] hanno ricordato che «sono trascorsi più di due anni da quando lo Stato sionista di Israele ha intensificato violentemente l’occupazione del popolo palestinese». Un processo che, come hanno anche sottolineato, è stato normalizzato dai media «come rumore di fondo», pur essendo «niente meno che un genocidio». In questo contesto, la notizia dell’investimento [2] di Ek, resa pubblica lo scorso giugno, è stata, hanno spiegato, «la goccia che ha fatto traboccare il vaso». La piattaforma Spotify, interpellata sull’argomento, ha replicato attraverso i suoi portavoce in Spagna, difendendo la scelta di Ek. La società ha dichiarato che Helsing, l’azienda in questione, viene utilizzata e distribuita nei paesi europei a scopo di «deterrenza e difesa contro l’aggressione russa in Ucraina», citando una dichiarazione della stessa Helsing. Inoltre, hanno cercato di tracciare una linea di separazione, affermando che Spotify e Helsing sono due società separate e di essere «certi» di «non essere coinvolti a Gaza».
Tuttavia, per i musicisti di Musikariak Palestinarekin, questa distinzione è inaccettabile. Il collettivo, nato all’inizio di agosto da un nucleo iniziale di pochi gruppi, si è progressivamente ampliato fino a coinvolgere centinaia di aderenti. Pur riconoscendo che le piattaforme di streaming «non sono generalmente strumenti creati per favorire i musicisti», il loro obiettivo va oltre la semplice protesta economica. «Sapendo che per Spotify noi non siamo nulla, vogliamo promuovere la stessa premessa nella direzione opposta: che Spotify non è niente per noi», hanno spiegato in occasione dell’evento in cui hanno raccontato della scelta di eliminare dalla piattaforma il loro catalogo, aggiungendo che il loro gesto è finalizzato a costruire un network ancora più ampio di protesta e a dare un senso collettivo al boicottaggio, trasformandolo in un potente strumento politico.
Consapevoli della natura simbolica della propria azione e delle differenze materiali che caratterizzano il settore musicale di Euskal Herria, i musicisti insistono sul fatto che Musikariak Palestinarekin «non è nato per parlare da un punto di vista morale né per puntare il dito contro i colleghi». L’invito, invece, è aperto a tutti: «Non siamo ancora così numerosi come vorremmo; abbiamo molti strati da superare. Invitiamo chiunque voglia unirsi a noi a farlo: le porte sono spalancate». Il messaggio che intendono diffondere è chiaro e si sta propagando in tutta la scena musicale basca: disconnettersi da Spotify di fronte a un modello che, denunciano, «trae profitto dal genocidio di Gaza». L’azione si conclude con un appello diretto al pubblico: «Da oggi in poi, chiediamo il boicottaggio dell’organizzazione: contro il sionismo e a favore della resistenza palestinese».