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Fatevene una regione

Eccoli gli alieni spudorati che festeggiano. Gonfi di statistiche, estasiati dai calcoli, eccitati da previsioni, pronti a pianificare il nulla, i sedicenti politici, gli ultimi soldati di Fort Alamo trionfano chi di là chi di qua. C’è chi saltella e vuole aprire a Messina una filiale della gomma del ponte, c’è chi, dall’altra parte, che parla come un funzionario di Botteghe Oscure di trent’anni fa, c’è chi al centro si mette in volo sulla rotta Israele-Emirati Arabi-New York per stringere mani, anzi per stenderle.

Le elezioni regionali sono alle nostre spalle ma gli ambiziosi e le vendicatrici sono in pista per i prossimi step. Rese dei conti all’interno dei partiti, manipolazioni all’esterno. Con i loro partner di potere che gongolano all’idea di godersi lo spettacolo, di ricominciare a fare i burattinai, promettendo qua e là i soldi rimanenti, procacciati da varie Fondazioni Enti e Quant’altro.

Uno spettacolo desolante che soltanto chi si è messo in fila per prendere il biglietto, anzi la scheda elettorale, può lontanamente capire.

Io invece aspetto sempre Godot, lui o lei, chiunque sia, purché parli di programmi, ad esempio qualcuno che, se vuole la supertassa per i super ricchi, non la presenti come una minaccia. Può essere la cosa più giusta del mondo. Ma per favore ci dica come vorrebbe spendere i soldi ricavati, dove? ce lo dica per favore, altrimenti invece di una tassa sembrerebbe una multa oppure la cattiveria punitiva dei vecchi comunisti incazzati.

Pochi, nessuno sembra saper fare politica. Qualcuno c’è ma si guarda bene dal dirci che si vuole impegnare. E noi restiamo in attesa di una alternativa che non esiste. Noi del partito della maggioranza relativa, quelli che non vanno a votare ma che vorrebbero tanto potersi ancora sbagliare o illudere o tutte e due le cose. 

Berlinguer radunava folle perché era bravo ma anche perché il lavoro stava al centro di tutto in quegli anni, ora non più. Per un po’ sono stati i migranti a prendersi la scena, ma quanto sarebbe bello che qualcuno mettesse al centro il problema centrale di oggi, che non sarà più il lavoro, ma che di sicuro sono i servizi, cioè la scuola, la sanità, le ferrovie, la sicurezza, il benessere pubblico…

Osiamo ancora sperare? Mah! Per il momento gli irriducibili se ne fanno una regione.

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Gian Paolo Caprettini

Ha insegnato all'Università di Torino dal 1975 al 2013, dove è stato professore ordinario di Semiotica e Semiologia del Cinema, ha diretto Extracampus, la TV dell'Università, e il Master di Giornalismo. I suoi libri più recenti: Scrivere come sognare (Cartman), Vertigini dell'immaginario (con A. Bálzola, Meltemi), Complice la poesia (L'Indipendente), Dizionario della fiaba italiana (Meltemi).