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Spese militari: per la prima volta tutti i Paesi NATO raggiungono il 2% del PIL

Nel 2025, per la prima volta, tutti gli alleati europei della Nato e il Canada raggiungeranno l’obiettivo di destinare almeno il 2% del PIL alla difesa, fissato nel 2014 e mai pienamente rispettato finora. Secondo i dati diffusi dall’Alleanza, anche Paesi come Italia, Belgio e Spagna supereranno la soglia, mentre l’Islanda resta esclusa perché priva di forze armate. Nel complesso, la spesa dei membri europei e canadesi salirà al 2,27% del PIL, contro l’1,40% del 2014. Con gli Stati Uniti, il dato raggiunge il 2,76%. La Polonia guida con il 4,48%, davanti ai Baltici, mentre Washington, pur con il bilancio più elevato al mondo, si colloca al 3,22%. L’Italia arriva al 2,01%. Secondo gli accordi, tutti i Paesi NATO dovranno arrivare a investire il 5% del PIL in armi e difesa entro i prossimi dieci anni.

Nello specifico, le tabelle – che presentano statistiche basate sui dati standardizzati comunicati dai dipartimenti di Difesa nazionali – dimostrano [1] che gli Stati Uniti si sono ampiamente confermati al vertice della classifica per spesa militare, avendo messo sul piatto circa 980 miliardi di dollari (attorno ai 900 miliardi di euro). Con ampio distacco, al secondo posto per spesa in termini assoluti c’è il Regno Unito, con oltre 70 miliardi di sterline (circa 90,5 miliardi di euro) pari al 2,40% del PIL. Mentre per la Germania non sono ancora disponibili i dati riferiti al 2025, la Francia raggiunge il 2,05% del PIL, spendendo 66,5 miliardi di euro nel settore della difesa. Cresce – e di molto – la spesa militare in Italia, che nel 2025 supera i 45 miliardi di euro (nel 2014, ammontava a “soli” 18 miliardi) e si attesta al 2,01%. La Spagna, con poco più di 33 miliardi di spesa, tocca il 2%. Nel 2025 i Paesi Bassi hanno destinato 26,1 miliardi di euro alla difesa (2,49% del PIL), mentre la Polonia ha speso 44,3 miliardi di euro, pari al 4,48% del PIL, risultando tra i Paesi con il maggior impegno relativo. In coda alla classifica per valori assoluti si trovano la Grecia con 7,1 miliardi (2,85% del PIL), la Norvegia con 16,5 miliardi (3,35%) e la Danimarca con 14,3 miliardi (3,22%).

Nel frattempo, però, lo scorso giugno i ministri della Difesa dei 32 Paesi membri della NATO si sono accordati [2] sui nuovi obiettivi per le spese militari. In particolare, si è arrivati a un’intesa di compromesso tra i vari attori incentrata sull’aumento delle capacità nazionali della Difesa al 3,5% del PIL, aggiungendo un ulteriore e più discrezionale 1,5% in investimenti correlati, tra cui le infrastrutture e la cybersicurezza. Per raggiungere appieno gli obiettivi richiesti dalla NATO, l’Italia dovrebbe investire circa 66 miliardi di euro in più all’anno nella Difesa. Che, a meno di miracoli economici, si tradurranno fisiologicamente in tagli alla spesa sociale, indebitamenti e privatizzazioni. Per far quadrare i conti, l’Italia ha già chiesto all’UE di poter inserire nel bilancio per la Difesa opere strategiche quali il Ponte sullo Stretto di Messina, secondo [3] il governo un’infrastruttura «imperativa e prevalente per l’interesse pubblico» in quanto potrebbe dover essere necessaria per «il passaggio di truppe e mezzi della NATO». Come evidenziato dall’Osservatorio Milex, infatti, per raggiungere gli obiettivi di spesa richiesti l’Italia è costretta a inserire nel bilancio altre voci fino ad ora non considerate.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.