L’Indonesia sta sprofondando nel caos. Dopo mesi di contestazioni, i sollevamenti popolari inaugurati all’inizio del 2025 sono culminati in una ondata di proteste violente che ha colpito la maggior parte dei centri dell’isola di Giava, prima fra tutti Giacarta. Oggi, venerdì 29 agosto, decine di migliaia di manifestanti hanno invaso le strade delle città, incendiando auto, assediando negozi, e scontrandosi frontalmente con le forze dell’ordine, lanciandovi contro bombe molotov e pietre. A fare scattare la miccia è stata l’uccisione di un conducente di taxi su motociclo, investito da una camionetta della polizia durante le proteste dei giorni scorsi. I manifestanti accusano il governo di essere corrotto, e denunciano le politiche economiche dell’esecutivo e i privilegi riservati ai membri del parlamento.
L’ultima ondata di proteste in Indonesia è esplosa all’inizio di questa settimana, lunedì 25 agosto. I manifestanti, guidati inizialmente dalle associazioni studentesche contestano l’aumento del prezzo del paniere, le politiche militariste, gli alti stipendi dei parlamentari, e criticano i sussidi destinati ai politici. Ad alimentare il fuoco è stata la recente approvazione di una legge che fornisce ai parlamentari un bonus per le spese sugli alloggi, in un contesto di crescente instabilità dei prezzi degli affitti. I dimostranti chiedono inoltre la ratifica di una legge sulla riservatezza dei beni e, i più radicali, lo scioglimento del parlamento, perché considerano i politici corrotti. Nei giorni, i sollevamenti hanno raggiunto anche i trasportatori e si sono ampliate a fasce ampie e generalizzate della popolazione indonesiana.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso e innescato i moti di violenza è stata l’uccisione di un conducente di taxi su motociclo da parte della polizia. Da quel momento, tutti i maggiori centri dell’isola di Giava si sono sollevati contro le forze dell’ordine e hanno provato ad assaltare le sedi del potere amministrativo. Il nuovo presidente Prabowo Subianto Djojohadikoesoemo, insediatosi ad ottobre, ha aperto una inchiesta sull’accaduto, provando a predicare calma. Nonostante ciò, la rabbia dei cittadini ha prevalso. Le informazioni su quanto accade scarseggiano e i principali quotidiani nazionali del Paese si limitano a fornire aggiornamenti sulla morte del tassista o, nel migliore dei casi, a fare un limitato racconto sul campo in non più di un articolo di cronaca. La maggior parte degli eventi sta venendo narrata sui canali di privati cittadini e da fonti indipendenti. Questi ultimi riportano che i principali giornali del Paese sarebbero stati silenziati e che sarebbe stato loro imposto dall’alto di non parlare delle proteste.
Il fulcro delle manifestazioni si sta concentrando a Giacarta, principale città dell’isola. Qui, circolano immagini che ritraggono decine di migliaia di cittadini intenti a bruciare autovetture, saccheggiare negozi di privati, e colpire la polizia con molotov e pietre; per sedare le rivolte, è stato schierato l’esercito, che tuttavia non sembra ancora essere intervenuto direttamente. I cittadini di Giacarta stanno provando a entrare nell’edificio del parlamento, sfondando i cancelli dell’edificio, e hanno appiccato un incendio davanti a una stazione di polizia. Analoghe proteste sono scoppiate a Yogyakarta, dove è stata incendiata un’auto subito sotto un edificio della polizia; qui, le forze dell’ordine hanno risposto agli attacchi dei manifestanti lanciando gas lacrimogeni, e secondo alcuni media indipendenti avrebbero ordinato l’evacuazione di alcune aree. Sempre a Yogyakarta, gli ospedali sarebbero sovraffollati e le ambulanze starebbero facendo fatica a raggiungere le aree degli scontri; anche qui è stato schierato l’esercito.
Le contestazioni sono arrivate anche a Surakarta, dove i manifestanti si sono scontrati con la polizia davanti alla sede dell’unità antiterrorismo; anche qui sono stati impiegati lacrimogeni, e pare che un civile sia stato colpito da un proiettile. A Bandung, la polizia ha diramato un ordine per aumentare i controlli nelle aree a rischio e i dimostranti hanno messo a fuoco alcune auto; pare sia stato appiccato un incendio anche di fronte alla casa di un funzionario del governo. I manifestanti hanno appiccato un incendio anche fuori dalla stazione di Tegal, e colonne di fumo si sono alzate anche dalle strade di Surabaya. Le proteste hanno raggiunto anche l’isola di Sulawesi, dove, nella città di Makassar, è stato incendiato un ufficio parlamentare. In totale, i media indipendenti parlano di nove morti, di cui cinque poliziotti e quattro manifestanti, almeno 3 feriti gravi e 600 arresti; non è possibile verificare tali informazioni.
Le proteste di questa settimana fanno eco a quelle scoppiate lo scorso febbraio, protrattesi a singhiozzi lungo tutto il corso dell’anno. Le richieste dei manifestanti sono le stesse da inizio 2025; a esse, tuttavia, si aggiunge anche la crescente preoccupazione sullo stato di diritto del Paese: l’aumento della spesa militare e il passato del nuovo presidente, vecchio generale dell’esercito, hanno alimentato i timori di una possibile piega repressiva. In generale, i manifestanti parlano di «tentativi autoritari di silenziare le critiche e diminuire gli spazi democratici». In tal senso, un caso curioso è costituito dal tentativo da parte del governo di contrastare l’uso di alcuni simboli adottati nel corso delle manifestazioni: nelle ultime settimane si è diffusa la tendenza a sventolare la bandiera dei “pirati di Cappello di Paglia” proveniente dal noto fumetto giapponese One Piece (la medesima bandiera era stata issata sull’ultima Freedom Flotilla [1]). Nel corso del fumetto, la ciurma protagonista combatte contro il potere costituito per affermare i propri ideali di pace e libertà; in Indonesia, l’esposizione del jolly roger si è affermato come sinonimo di lotta contro l’oppressione, e il governo ha provato a dissuaderne l’utilizzo.