In Israele è diffusa l’idea che i confini attuali non siano accettabili come definitivi: l’ideologia sionista, insieme a una lettura radicale della Bibbia, alimentano la convinzione che la Grande Israele debba estendersi non solo contro ogni ipotesi di Stato palestinese, ma anche togliendo terre a Siria, Libano, Egitto e Giordania. E un nuovo rapporto dell’esercito rafforza questa ipotesi.
La commissione governativa guidata dall’ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale, Jacob Nagel, ha infatti reso pubblico il suo rapporto riguardo al futuro dell’IDF, l’esercito israeliano. Una delle principali raccomandazioni è quella di spostare l’establishment della difesa israeliana e il suo bilancio da una posizione di deterrenza a una posizione di attacco molto più proattiva per quanto riguarda le minacce. Secondo Nagel, questo cambiamento comporterebbe lo spostamento delle risorse verso un equilibrio del 70% in attacco contro il 30% in difesa. La commissione guidata da Nagel ha messo in guardia il governo sull’eventualità di un conflitto aperto con la Turchia. Il rapporto spiega che la minaccia che arriva dalle forze scatenate in Siria potrebbe evolversi in qualcosa di ancora più pericoloso della stessa minaccia iraniana. Nel merito, Netanyahu ha commentato: «Stiamo assistendo a cambiamenti fondamentali in Medio Oriente. L’Iran è stato a lungo la nostra più grande minaccia, ma nuove forze stanno entrando nell’arena e dobbiamo essere preparati all’inaspettato. Questo rapporto ci fornisce una tabella di marcia per garantire il futuro di Israele».
Israele vuole il suo impero
In Siria, Israele sembra del tutto intenzionato a prendersi in maniera permanente alcune zone nel sud del Paese. Oltre ad aver rinforzato la presenza militare sulle alture del Golan siriano, occupato fin dal 1967, l’esercito israeliano è debordato ben al di fuori di questa zona. Già da dicembre scorso, Israele ha completamente occupato quasi 500 chilometri quadrati nel sud della Siria, demolendo tutti i siti militari siriani sulle pendici del Monte Hermon e sulle colline di Quneitra e Daraa, stabilendo sette posizioni permanenti in tutta la zona cuscinetto che si estende attraverso le aree rurali di Damasco, Daraa e Quneitra. In questo modo, Tel Aviv controlla il 30% delle riserve idriche della Siria. Anche The Wall Street Journal, sul finire di dicembre scorso, ha raccontato di come Israele stia rimodellando i confini terrestri in modo da mantenerli sul lungo termine. In Libano, l’esercito israeliano mantiene le sue posizioni a sud della Linea blu che corre lungo il corso del fiume Litani, fornendo così un’ampia zona senza soluzione di continuità con le zone occupate della Siria.

In Cisgiordania, il conflitto è sempre più acceso, con i coloni che diventano sempre più violenti anche grazie al supporto militare dell’esercito. A Gaza, il genocidio palestinese continua indisturbato, mentre i coloni smaniano per poter prendersi anche la Striscia. E ci sono coloni che sono pronti pure a entrare nel sud del Libano, come spiegato dal quotidiano israeliano Haaretz, in un articolo di Dahlia Scheindlin, la quale si interroga sull’eventuale volontà israeliana di voler instaurare un vero e proprio impero in Medio Oriente. Sempre secondo quanto riportato da Haaretz, l’Egitto potrebbe essere il prossimo obiettivo, seppur in maniera indiretta. Nei primi giorni di gennaio si è scatenata online una protesta contro Al-Sisi, che le autorità temono si traduca in veri e propri scontri e in quella che sarebbe l’ennesima rivoluzione colorata, giustificata con le migliori intenzioni ma sostenuta dagli interessi occidentali – in questo caso israeliani. Le accuse israeliane all’Egitto riguardano quella che l’IDF definisce una militarizzazione della regione del Sinai, in violazione degli accordi pace tra Israele ed Egitto del 1979, che includevano la sua smilitarizzazione. Vale la pena ricordare che tali accordi prevedevano anche che Israele non potesse occupare in maniera permanente il sud di Gaza, come accade a Rafah, e più precisamente lungo il così detto corridoio Philadelphia, che invece vede la presenza militare israeliana ormai da diversi mesi.
La Grande Israele
L’obiettivo israeliano di un tale allargamento del conflitto nella regione del Medio Oriente è quello di muovere passi avanti nell’espansione dei propri possedimenti territoriali, con l’obiettivo di raggiungere, un giorno, i confini della Grande Israele. Non esiste una definizione univoca di quest’ultima, anche se gli israeliani che puntano a questo obiettivo sono concordi che l’attuale estensione territoriale di Israele non è, e non può essere, quella definitiva. Secondo alcuni, lo Stato dovrebbe incorporare anche i territori di Gaza e della Cisgiordania, mentre altri si spingono a ritenere che dovrebbe incorporare anche parti di Libano, Siria e Giordania, raggiungendo una estensione territoriale pari a quella del Regno di David e dei suoi Stati vassalli. Una terza e più ampia concezione della Grande Israele corrisponde a quella della Terra Promessa citata nell’Antico Testamento, in Genesi 15:18-21, per cui lo Stato dovrebbe ricoprire una vasta porzione di Medio Oriente, dal Nilo all’Eufrate. In questo caso l’estensione geografica comprenderebbe, oltre Gaza e Cisgiordania, la penisola del Sinai, quindi un pezzo di Egitto, tutta la Giordania e tutto il Libano, gran parte della Siria, un pezzettino del sud della Turchia, metà dell’Iraq, una porzione dell’Arabia Saudita, fino a Medina e alla Mecca, e il Kuwait. Una rappresentazione di quest’ultima è recentemente apparsa su una toppa militare indossata da alcuni soldati israeliani durante il conflitto in corso, facendo così riesplodere le polemiche nel mondo arabo. Con la campagna militare israeliana in corso si è infatti nuovamente tornati a parlare di Grande Israele, sebbene non si tratti certo di un’idea nuova.

Già nel marzo 2023, durante una cerimonia commemorativa svoltasi a Parigi per un attivista del Likud, il partito di Netanyahu, il leader del Partito Sionista Religioso Bezalel Smotrich aveva detto che il progetto sionista marciava verso la costituzione della Grande Israele, riferendosi alla seconda definizione che abbiamo esposto, scatenando la dura reazione del ministro degli Esteri della Giordania. Nel 2024, in un’intervista per il documentario In Israel: Ministers of Chaos, prodotto dal canale di servizio pubblico europeo Arte, Smotrich aveva allargato la visione fino a comprendere la definizione più ampia, prevedendo l’espansione dello Stato in tutto il Medio Oriente. Nel gennaio 2024, lo scrittore e politico Dennis “Avi” Lipkin (fondatore di Gush HaTanachi, il Partito del Blocco Biblico) aveva affermato che Israele prenderà il controllo del Monte Sinai, della Mecca e di Medina, riferendosi quindi alla più vasta definizione di Grande Israele. Questi sono solamente due esempi: sono molte le organizzazioni sioniste e di coloni che promuovono una sempre maggior espansione dei confini dello Stato ebraico.
Il sogno sionista
I confini di Israele non sono mai stati ben definiti né dal movimento sionista che ha portato alla costituzione dello Stato d’Israele né dal medesimo. Theodor Herzl, fondatore del sionismo, nel suo diario aveva accennato a una estensione territoriale dello Stato ebraico che andasse dal Nilo all’Eufrate. Uno dei maggiori sostenitori del progetto della Grande Israele è stato Ze’ev Jabotinsky, fondatore dell’organizzazione paramilitare Irgun, nel periodo della Palestina mandataria, nonché fondatore del movimento revisionista-sionista in contrasto con i vertici del Congresso Sionista Mondiale, allora presieduto da Chaim Weizmann, e con le autorità britanniche, verso cui ha indirizzato il conflitto dei sionisti in Palestina.
Dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948, i dibattiti teorici lasciarono il posto al pragmatismo politico. Tel Aviv non ha mai incluso la Grande Israele nel suo discorso ufficiale. Tuttavia, poiché Israele non ha mai definito i suoi confini, l’idea di una Grande Israele è rimasta nell’immaginario della destra sionista e religiosa come un mito fondamentale. Dopo il trionfo nella guerra del 1967, la Grande Israele è tuttavia diventata una credenza che ha preso piede, guidando l’inizio degli insediamenti nella Cisgiordania palestinese occupata, spesso disegnando piani che sarebbero stati successivamente adottati dallo Stato. Il termine “Grande Israele” è riemerso nel discorso pubblico israeliano durante l’invasione del Libano nel 1982, quando le forze israeliane si spinsero in profondità nel territorio libanese, e non si tratta di una coincidenza. All’epoca, Israele era guidato da Menachem Begin, ex leader dell’Irgun, nonché fondatore del Likud, partito capeggiato da Netanyahu.

Proprio nel 1982, Oded Yinon, analista politico e funzionario statale, pubblicò il saggio intitolato Una strategia per Israele negli anni Ottanta, in cui vengono discusse idee geopolitiche relative alla regione e che spesso è stato equiparato a un manuale per la dissoluzione degli Stati arabi. Nel testo, che oggi appare come profetico, Yinon parla della dissoluzione statale della Siria, del suo smembramento su base etnico-religiosa e di come tale sorte sarebbe toccata anche a Paesi come Libano e Iraq. Il “piano Yinon” vedeva tutti gli Stati circostanti e gli altri Stati arabi come candidati alla dissoluzione sulla base di criteri etnico-religiosi, in modo che Israele potesse allargare i suoi confini nazionali verso la definizione geograficamente più ampia di Grande Israele. In questo modo, lo Stato ebraico avrebbe occupato tutto il Medio Oriente, tra il controllo diretto del territorio e quello indiretto per tramite di nuovi piccoli Stati vassalli al potere israeliano. Su questa scia, lo studioso ebreo statunitense Saul B. Cohen, nei suoi numerosi scritti (l’ultimo dei quali del 2015), ha spiegato come la fratturazione del Medio Oriente darà origine a «nuove entità geo-territoriali», «regioni altamente autonome» e «quasi Stati». Insomma, anche Cohen prevede la dissoluzione degli Stati-nazione arabi in favore di un vasto dominio israeliano. Dunque, Israele sta vedendo la possibilità di dare una spinta a questo processo verso la costituzione della Grande Israele, il quale passa per la dissoluzione e la disgregazione degli Stati arabi.
[di Michele Manfrin]