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PFAS in Veneto: “studio sulla correlazione con i tumori bloccato dalla politica”

Emergono nuovi e agghiaccianti dettagli dal processo, [1]in corso a Vicenza, finalizzato ad attestare le responsabilità della contaminazione da sostanze chimiche PFAS in Veneto. L’accusa, a carico di 15 manager che negli anni hanno gestito l’azienda Miteni incriminata per il vasto inquinamento industriale, è di disastro ambientale. E tra un’udienza e l’altra, i nodi piano piano stanno venendo al pettine. Ad esempio, si sta facendo strada l’ipotesi che, successivamente alla scoperta della contaminazione, una decisione politica abbia impedito la realizzazione di uno studio epidemiologico nella regione Veneto. La scottante rivelazione proviene dal responsabile del Dipartimento di Epidemiologia ambientale dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e consulente dei pubblici ministeri vicentini, Pietro Comba. Alla Corte d’assise, Comba ha infatti esibito un documento contenente un “accordo di collaborazione per l’esecuzione del programma di ricerca” tra l’ISS e la Regione. L’intesa prevedeva un’indagine epidemiologica, della durata di tre anni, sulla popolazione delle aree colpite del Veneto per monitorarne le condizioni sanitarie e individuare eventuali correlazioni tra l’esposizione alle sostanze tossiche e l’incidenza di neoplasie. Tutto era pronto, ma – a detta di Comba – lo studio non è mai partito a causa di una decisione «della parte politica».

Il testo dell’accordo, così come presentato da Comba, portava già la firma dell’allora presidente dell’ISS Gualtiero Ricciardi. Il documento presentava poi una previsione di co-finanziamento di 252 mila euro da parte dell’ISS e di una somma, mai precisata, della Regione Veneto. Quest’ultima, tuttavia, non ha mai sottoscritto l’accordo. Ad ogni modo, Comba non ha specificato se la scelta politica di non procedere sia stata presa dalla Regione Veneto, dal Ministero della Salute o da entrambe le istituzioni. Le dichiarazioni hanno in ogni caso smosso le acque al punto che la consigliera regionale di Europa Verde, Cristina Guarda, ha predisposto un’interrogazione intitolata “La Regione ha bloccato indagine epidemiologica sugli PFAS?”. «Serve fare chiarezza su chi ricadano le responsabilità di un mancato nulla osta – ha spiegato [2] Guarda – perché la testimonianza getta ombre su un aspetto molto delicato della più grande contaminazione da PFAS del nostro Paese. Lo studio – ha aggiunto – ci avrebbe consentito di indagare anche in termini di attentato alla salute pubblica, oltre che di disastro ambientale».

L’azienda Miteni Spa al centro delle indagini, dichiarata fallita nel 2018, era una compagnia specializzata nella produzione di prodotti di sintesi per l’agrochimica e il settore farmaceutico. L’azienda è stata individuata come la principale responsabile del vasto inquinamento [3]da sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) di un’ampia falda acquifera in Veneto. La contaminazione ha coinvolto almeno 350 mila cittadini nelle aree di Vicenza, Verona e Padova, motivo per cui i manager della società dovranno ora rispondere [4] di avvelenamento delle acque, disastro ambientale innominato, gestione di rifiuti non autorizzata, inquinamento ambientale e reati fallimentari. La scoperta dell’inquinamento risale al 2013, ma solo tra il 2015 e il 2016 e su spinta delle associazioni ambientaliste e di diversi comitati di cittadini, è partita una rilevazione a campione nei comuni interessati che evidenziò valori elevati di PFAS nel sangue dei residenti. Nel marzo 2018, il governo dichiarò così lo stato di emergenza con il divieto di consumo di acqua potabile e l’istituzione di una zona rossa in 30 comuni.

[di Simone Valeri]