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La pandemia cambia tutto tranne il liberismo: Draghi taglia 6 miliardi alla sanità

Il governo Draghi è pronto ad indebolire ulteriormente la sanità con quasi 6 miliardi di tagli: è quanto emerge dalla Nadef [1], la Nota di Aggiornamento del Def (Documento di Economia e Finanza) che è stata recentemente approvata dal Parlamento con una risoluzione di maggioranza. In tal senso, se da un lato il documento della maggioranza prevede che il Governo si impegni a consolidare la crescita del Pil e ad utilizzare le risorse di bilancio anche per la sanità, dall’altro leggendo la Nadef si nota che in questi anni (tra il 2022 ed il 2023) si andrà a danneggiare ulteriormente il sistema sanitario con una diminuzione della spesa prevista per quest’ultimo.

Dopo aver accresciuto le spese sanitarie di 6 miliardi nel 2021, con una spesa prevista di 129 miliardi, per il 2022 la cifra indicata è di 125 miliardi, mentre nel 2023 si prevede di sborsare 123 miliardi. In pratica, la spesa diminuirà di 4 miliardi l’anno prossimo e di altri 2 miliardi fra due anni: ciò significa che nell’arco di 2 anni saranno messi a disposizione della sanità 6 miliardi in meno. A poco servirà il leggero aumento di spesa messo in conto per il 2024, anno in cui si prevede di spendere 124 miliardi.

Nello specifico nel documento si legge che «nel biennio 2022-2023 la spesa sanitaria a legislazione vigente calerà del -2,3 per cento medio annuo per via dei minori oneri connessi alla gestione dell’emergenza epidemiologica» e che «a fine periodo è prevista una crescita limitata, dello 0,7 per cento, ed il ritorno ad un livello del 6,1 per cento del PIL». Insomma, con l’emergenza pandemica che presumibilmente volgerà al termine caleranno i fondi previsti per la sanità. Il governo italiano, dunque, dimostra di aver scelto di non comprendere la lezione fornita dalla pandemia, che il sistema sanitario nazionale, proprio a causa dei tagli effettuati negli ultimi 10 anni, [2] non è stato in grado di fronteggiare senza trascurare altre patologie.

In tal senso, come sottolineato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) [3], bisogna tornare a «investire ed a promuovere la lotta contro il cancro» poiché in Italia la situazione risulta molto difficile per gli oltre 3 milioni di persone che hanno un tumore: si stima che nel 2020, rispetto al 2019, le nuove diagnosi di tumore sono diminuite dell’11%, i nuovi trattamenti farmacologici si sono ridotti del 13% e gli interventi chirurgici del 18%. Per quanto riguarda gli screening, poi, il Presidente Eletto Aiom Saverio Cinieri ha dichiarato che «lo scorso anno abbiamo avuto oltre due milioni e mezzo di esami di screening in meno rispetto al 2019». Inoltre il Presidente Nazionale Aiom, Giordano Beretta, ha dal canto suo affermato che il numero di decessi che si registrano annualmente per le patologie oncologiche (180mila) «potrebbe aumentare anche per colpa del Covid-19 e delle sue conseguenze nefaste sull’intero sistema sanitario nazionale». Anche per questo, dunque, Beretta ha chiesto «un intervento delle istituzioni per continuare a poter erogare i livelli d’assistenza precedenti all’avvento del Covid-19».

Ancor più netto Carlo Palermo, segretario nazionale dell’Annao Assomed (sindacato dei medici ospedalieri), recentemente ha parlato [4] delle pessime condizioni in cui versa la sanità italiana concentrandosi in particolare sui dipendenti pubblici, i quali «sono schiacciati da una macchina che esige troppo e non li ascolta» e che, con l’inizio della pandemia, ha prodotto sofferenze ancora maggiori per i medici. Sono infatti «aumentati carichi di lavoro, complessità assistenziale, stress fisico e psichico», motivo per cui «i medici fuggono dagli ospedali». Proprio per questo, dunque, Palermo crede sia ora di cambiare e di «assumere personale, riconoscere ai medici e ai dirigenti sanitari un ruolo decisionale nella governance delle aziende e valorizzare economicamente le professioni».

Il governo Draghi, però, si muove in direzione opposta, la medesima dei tagli alla sanità pubblica che hanno caratterizzato gli ultimi vent’anni. Per ora nessuna presa di posizione dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che non più di tre mesi fa ancora parlava [5] del Recovery Fund come della grande occasione per «rilanciare il Servizio sanitario nazionale» e per «chiudere per sempre la stagione dei tagli alla sanità».

[di Raffaele De Luca]