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L’Australia usa il riconoscimento facciale per sorvegliare la quarantena

La tecnologia aiuta non poco a migliorare la vita e a semplificare alcune procedure, tuttavia ogni novità comporta insidie e diffidenze, se non addirittura brutali stravolgimenti. Ecco dunque che il 15 settembre 2021 la Commissaria per i diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, ha lanciato un allarme [1] sull’uso scriteriato del riconoscimento facciale, identificandolo al pari di un pericolo potenzialmente «catastrofico».

L’Australia pare non aver percepito il memorandum: proprio in questi giorni sta emergendo come Canberra si sia dedicata come non mai all’utilizzo dei dati biometrici, arrivando al punto di supervisionare la quarantena pandemica direttamente attraverso l’occhio meccanico dello smartphone. Almeno una cinquantina di viaggiatori dell’Australia Meridionale si sarebbero infatti prestati a testare delle app che permettono alle autorità di vigilare agilmente sulla corretta esecuzione delle restrizioni di movimento.

Il software lancia un segnale in un momento casuale della giornata, da allora l’utente ha 15 minuti per avviare il programma e inviare agli organi di controllo una foto attestante il fatto che non sia uscito di casa. L’immagine viene processata da un’intelligenza artificiale che possa autenticare l’identità del soggetto immortalato, mentre la geolocalizzazione conferma effettivamente che il telefono non si sia allontanato dalle coordinate prefissate. Se l’utente non risponde per tempo, l’app avvisa la polizia, la quale passa poi a fare il controllo fisico.

Parallelamente, il Nuovo Galles del Sud e Victoria si sono lanciate nell’esplorazione delle possibilità di un programma del tutto omologo sviluppato dall’azienda privata Genvis, con il risultato che almeno metà della popolazione australiana sia virtualmente candidabile a questa forma di servizio di sorveglianza. Il sistema è ormai attivo da quasi un mese, ma proprio le lapidarie dichiarazioni delle Nazioni Unite hanno spinto stampa e attivisti per i diritti civili a evidenziare su scala globale questo insolito precedente.

Una simile applicazione del controllo digitale non è comune nel mondo occidentale, men che meno se si considera che il Governo australiano non si sia troppo attardato troppo a discutere i dettagli tecnici ed etici dello strumento, caricandosi di quel pragmatismo di chi si dimostra disposto a compiere sacrifici importanti pur di ottenere risultati immediati. Le Amministrazioni coinvolte giurano che i dati saranno gestiti con discrezione e che le informazioni raccolte non saranno registrate, ma molti evidenziano la necessità di aprire una discussione pubblica sulla faccenda, magari nell’ottica di imporre una moratoria che vada a normare quest’intera branca informatica.

Osservatori governativi, sovragovernativi, ONG e accademici ci mettono costantemente in guardia sull’ampia gamma di abusi in cui i cittadini potrebbero incappare qualora il riconoscimento facciale continuasse a evolvere al di fuori di ogni regola, tuttavia l’esplorazione delle intelligenze artificiali e dei dati biometrici si dimostra sempre più cara ai Governi di tutto il mondo, i quali vedono nella digitalizzazione la soluzione a ogni problema economico e di sicurezza.

[di Walter Ferri]