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venerdì 22 Ottobre 2021

I talebani istituiscono il ministero per la “prevenzione del vizio” al posto di quello delle donne

A Kabul è stato chiuso il ministero per gli affari femminili. Al suo posto è sorto il ministero “per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio”. Nonostante avessero a più riprese cercato di promuovere un’immagine politica più attenta in fatto di parità di genere, i talebani alla prova dei fatti stanno dimostrando di essere gli stessi di prima, quantomeno in tema di diritti delle donne.

Istituito nel 2001, il ministero per gli affari femminili (MOWA) promuoveva i diritti delle donne in Afghanistan, con una crescente capacità di influenzare la politica. Disponeva corsi di formazione, stabiliva partnership, facilitava il raccoglimento e l’analisi di dati di genere, pilotava e sviluppava progetti per facilitare l’integrazione economica e sociale delle ragazze, promuoveva le ONG femminili e per i diritti umani e monitorava l’azione del governo, preparando rapporti periodici sull’attuazione di politiche in favore della parità di genere.

In risposta alla chiusura del ministero e al conseguente licenziamento di tutte le dipendenti, poco più di una decina di donne si sono riunite davanti alla sede per protestare, in nome dei propri diritti e di quelli delle proprie figlie. Dopo una discussione con un uomo, se ne sono andate. I talebani non hanno commentato ufficialmente.

Il dicastero che è andato a sostituire il MOWA, con il suo inquietante nome di “ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio”, esisteva già negli anni ’90, anni in cui i diritti delle donne e delle ragazze afghane sono stati regolarmente negati. Il ministero era una sorta di polizia morale, che applicava molto duramente la legge islamista, imponendo severe punizioni alle donne che non la rispettassero – punizioni che ora si teme possano tornare.

Nel frattempo, i talebani hanno anche annunciato la riapertura delle scuole secondarie, ma solo per i maschi. Una grande disfatta per la parità di genere in un paese in cui, dal 2000 al 2020, l’accesso delle ragazze all’educazione aveva visto una crescita esponenziale. E come se non bastasse, il nuovo sindaco della capitale ha chiesto alle impiegate pubbliche (che costituiscono un terzo di tutta la categoria, a Kabul) di rimanere a casa e di smettere di lavorare per un po’.

Continua insomma a crescere la preoccupazione per le sorti delle donne afghane. E le donne afghane si sentono abbandonate, non solo dal loro paese ma anche dal resto del mondo, che guarda impotente, riservando loro niente di più che un po’ di compassione. Come ha dichiarato la fondatrice dell’Afghan Women’s Network Mahbooba Seraj al quotidiano NPR, «Il mondo ci ha lasciate come fossimo una patata bollente. Ci hanno lasciate qui, e noi ci troviamo dove ci troviamo. Quindi dovremo veramente combattere per ciò in cui crediamo. Dobbiamo darci da fare.»

[di Anita Ishaq]

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