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Biden prova ad imporre una ulteriore stretta censoria ai social network

Che i rapporti tra Governo statunitense e social media fossero claudicanti era cosa nota, eppure i toni sferzanti usati dalla Casa Bianca nel fine settimana hanno stupito molti, se non altro perché venerdì il presidente Joe Biden ha esplicitamente accusato Facebook di uccidere le persone diffondendo “misinformazione” sul coronavirus e sui suoi vaccini.

Nei giorni successivi, la posizione del politico è stata condivisa ed enfatizzata anche da altri membri dell’entourage governativo, con il risultato che la discussione è presto mutata in zizzania vera e propria. La portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha addirittura suggerito [1] che i divulgatori di notizie fasulle debbano essere sospesi su tutti i social network presenti sulla Rete, così da essere effettivamente resi innocui.

Questo moto oscurantista è certamente da leggersi come un’esercitazione drammatica dell’arte dialettica, tuttavia non si discosta eccessivamente dall’approccio che il Governo sembra intenzionato ad adottare, almeno stando alle indiscrezioni che suggeriscono Washington sia pronto a imporre alle aziende di uniformare il sistema censorio di tutti i loro prodotti.

In altre parole, se un utente dovesse violare le policy di servizio di Facebook, l’azienda madre, Facebook Inc., non solo dovrebbe sospenderlo dal portale in questione, ma dovrebbe applicare la medesima soluzione anche a tutti gli altri servizi controllati dalla ditta, da Instagram a WhatsApp.

Un progetto draconiano che viene reso ancora più inquietante dal fatto che, oltre alla disinformazione, l’Amministrazione Biden stia iniziando a bersagliare anche il più frastagliato settore della “misinformazione”, ovvero quelle notizie che, seppur non false, sono presentate con una chiave di lettura ritenuta incorretta. Si solleva però un problema: a chi spetta il decidere quale sia la chiave di lettura giusta e opportuna? Paesi come l’India ci offrono uno spaccato del cosa voglia dire avere un Governo che controlla cosa si possa o meno pubblicare sullo spazio internettiano e il risultato è la morte della controinformazione.

In senso più ottimistico, possiamo intendere l’astio di Washington al pari di una manovra pubblicitaria che mira a sfruttare l’attenzione pubblica come leva con cui uscire da un fatale vicolo cieco. Parrebbe infatti che il canale di confronto apertosi circa sei mesi fa tra la Casa Bianca e le Big Tech non stia portando ai risultati sperati e che il Governo USA si sia fondamentalmente stancato di avere a che fare con imprenditori che offrono risposte vaghe e insoddisfacenti.

Impossibilitato a risolvere la questione per vie amministrative, Joe Biden starebbe puntando al creare pressione pubblica perché i social vengano considerati, almeno informalmente, responsabili di alcune delle amenità di cui si macchiano. Una strategia che ovviamente è degenerata in diatriba: da una parte ci sono le autorità che accusano Facebook di aver polarizzato le prospettive no-vax creando diffidenza nei confronti delle cure antipandemiche, dall’altra c’è Facebook che si scrolla di dosso le accuse suggerendo piuttosto che sia stato il Governo a non dimostrarsi all’altezza della situazione. Una situazione tesa che preoccupa tutti coloro che non condividono le verità autenticate dalla politica statunitense dominante, ma anche coloro che temono la Big Tech possa ancora far danni alle comunità.

[di Walter Ferri]