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Gravidanza solidale: il politically correct per l’utero in affitto

In Parlamento è stata depositata una proposta di legge [1] per la Disciplina della Gravidanza solidale e altruistica a firma dei deputati Guia Termini, Doriana Sarli, Riccardo Magi, Nicola Fratoianni e Elisa Siragusa, grazie al lavoro dell’Associazione Luca Coscioni e Certi Diritti. Secondo la proposta di legge, tutto avverrebbe grazie alla libera scelta di una donna che porterebbe avanti la gestazione, ospitando nel proprio utero un embrione sviluppato attraverso le tecniche di fecondazione in vitro – favorendone lo sviluppo – fino alla fine della gravidanza, compreso il parto. Non una madre surrogata, dunque, ma una madre “solidale”.

Eppure le critiche legate all’argomento sono molte e non provengono solo da dove uno se le può aspettare, come organizzazione di carattere religioso o legate ad una visione religiosa della questione. Le critiche provengono proprio da parte di quel mondo progressista che tale proposte di legge vorrebbero rappresentare. Una su tutti è Julie Bindel [2] scrittrice e attivista femminista radicale inglese, fondatrice di Justice for Women [3]. Gran parte del lavoro di Bindel riguarda la violenza maschile contro donne e bambini, in particolare per quanto riguarda lo stalking, il fondamentalismo religioso e la tratta di esseri umani e la legalizzazione della prostituzione [4].

Bindel è assolutamente contraria all’utero in affitto [5] poiché vede cosa può accadere, e accade, in un mondo classista fatto di privilegiati e di chi invece non ha nulla: lo sfruttamento e il ricatto economico di donne bisognose. Bindel ha recentemente scritto [6] che «tutta la maternità surrogata, compreso il tipo altruistico, è sfruttamento. Queste donne sono viste come nient’altro che uteri ambulanti, i cui bisogni umani saranno ignorati a favore di quelli dei commissari che possiedono il bambino che sta crescendo». Ha portato poi l’esempio della Gran Bretagna in cui «una madre surrogata può richiedere fino a 15.000 sterline di rimborsi spese, che equivalgono allo stipendio annuale per molte donne con un lavoro a bassa retribuzione». E non è tutto: l’attivista ha riportato un caso di marito violento che ha costretto la moglie a un accordo di maternità surrogata per poter pagare i propri debiti.

D’altronde, anche il governo progressista spagnolo [7] del socialista Pedro Sánchez si è espresso in maniera contraria ad ogni forma di maternità surrogata, a prescindere dal nome che le si vuole dare. Nel programma di governo, alla voce “Politiche Femministe”, si legge, oltre agli obiettivi di sicurezza, indipendenza e libertà delle donne – attraverso la lotta risoluta contro la violenza sessista e per l’uguaglianza retributiva, la fine della tratta di esseri umani a fini di sfruttamento sessuale – si esprime la ferma contrarietà alle “pance a noleggio” poiché gli uteri in affitto minano i diritti delle donne, in particolare delle più vulnerabili, mercificano i loro corpi e le loro funzioni riproduttive.

Eppure, al tempo stesso, in Italia [8] ci sono circa 35.000 minori negli orfanotrofi e ogni anno se ne aggiungono circa 400, a fronte di un soli 1.000 bambini dichiarati adottabili ogni anno. L’Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie (Anfaa) lamenta [9] la mancanza di una banca dati, di tempi troppo lunghi, mancato sostegno per le adozioni complesse e costi troppo elevati. Rendere più facili le adozioni e meno costose, fornendo aiuti e assistenza adeguati, permetterebbe di svuotare quei luoghi dove migliaia e migliaia di bambini attendono con speranza di avere una famiglia che li ama e, contemporaneamente, dare la possibilità a chi desidera avere un figlio da amare di poterlo fare.

Comunque la si voglia guardare, certamente l’abitudine odierna del politically correct di cambiare nome alle cose per renderle accettabili non può cambiare lo stato delle cose di un mondo basato sull’iper-consumo e il profitto e, di conseguenza, su egoismo, sfruttamento, prevaricazione e tutti gli aspetti più negativi dell’essere umano che il sistema classista fomenta.

[di Michele Manfrin]