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Il lockdown non ha insegnato molto: consumi di petrolio al picco, Italia tra i peggiori

La pandemia ha causato un notevole crollo dei consumi energetici. Tra i limiti alla libertà di spostamento e agli stili di vita, e le restrizioni imposte alle attività commerciali, i lunghi periodi di lockdown hanno portato una riduzione della domanda di petrolio. Nel 2019 sono stati consumati 99,7 milioni di barili al giorno e nel 2020 quasi 9 milioni in meno, soprattutto a causa della diminuzione dei viaggi aerei, i quali assorbono circa il 20% dei consumi di carburante. Nonostante questo, non siamo riusciti a fare tesoro della situazione e ad adottare un modello di sviluppo più sostenibile.

Secondo il nuovo rapporto [1] dell’International energy agency non solo i livelli pre-crisi dovrebbero essere recuperati già l’anno prossimo, ma non avverrà nemmeno alcun rallentamento nel consumo di combustibili fossili nei prossimi cinque anni. Si stima infatti che nel 2023 verrà superata la soglia dei 100 milioni di barili consumati ogni giorno, per poi salire gradualmente a 104 milioni nel 2026. Di questo passo, gli obiettivi di riduzione delle emissioni da raggiungere entro il 2030 fissati dagli accordi di Parigi, non verranno realizzati. Tali accordi sono stati adottati nel dicembre del 2015 in occasione della Conferenza di Parigi sul Clima e si tratta del tentativo dei Paesi aderenti – 197 tra cui Cina, Stati Uniti e India – di rilanciare la questione ambientale all’interno dell’agenda politica ed economica. Tra gli obiettivi, il contenimento dell’aumento medio della temperatura globale nel lungo termine. In tal senso i Paesi firmatari hanno deciso di riunirsi ogni cinque anni per valutare periodicamente i progressi maturati, ma per raggiungere il traguardo indicato, le emissioni dovrebbero scendere dell’8% l’anno.

E anche se in tutto il mondo vengono fatti investimenti a favore dello sviluppo sostenibile, si è davanti ad uno specchietto per le allodole. Vivid Economics monitora costantemente come e dove vengono destinati gli stanziamenti pubblici per fronteggiare l’emergenza Covid, con particolare attenzione alle ricadute in termini di sostenibilità. La situazione è pessima. Solo il 12% dei fondi erogati è destinato a progetti finalizzati alla riduzione delle emissioni. A febbraio gli stanziamenti complessivi ammontavano a poco meno di 15mila miliardi di dollari (12.600 miliardi di euro), di cui 4,6mila miliardi erano destinati a settori rilevanti da un punto di vista ambientale come l’industria, l’agricoltura e la gestione dei rifiuti e dei trasporti. Di questi, solo 1.800 miliardi sono stati investiti in progetti in grado di ridurre l’inquinamento, mentre il restante 2.800, è andato ad attività che hanno incrementato le emissioni. In questo scenario spiacevole, l’Italia continua a fare peggio degli altri paesi, specialmente con i sussidi erogati all’industria e ai trasporti privi di alcuna condizionale di natura ambientale.

A inizio settimana è stato pubblicato anche l’annuale report [2] Stop sussidi alle fonti fossili e ambientalmente dannosi, che mostra un’immagine italiana tutt’altro che verde. Inoltre nemmeno quest’anno nella legge di bilancio c’è traccia dei tagli ai sussidi alle fonti fossili che hanno raggiunto quota 35,7 miliardi di euro. Per questo motivo, il movimento Fridays for future ha scelto di lanciare la campagna Non fossilizziamoci [3] con lo slogan «State scrivendo il Recovery Fund pensando agli anni Venti. Ma del Novecento» e chiede che i tagli vengano inseriti nel piano di recupero. Il Green Stimulus Index, [4]indicatore sintetico che valuta l’impatto ambientale dei programmi di rilancio adottati dai diversi governi in risposta all’epidemia di coronavirus, rivela che i provvedimenti assunti dall’Italia hanno avuto un impatto negativo sull’ambiente e sono tra i peggiori in Europa dal punto di vista ecologico, e tra i quattro peggiori di tutto il G20 (insieme a USA, Giappone e Australia). Tre i motivi principali: il mancato finanziamento dei settori di ricerca e sviluppo nel campo delle tecnologie sostenibili, il mancato investimento nelle Nature-based Climate Solutions [5] e il salvataggio ad Alitalia senza condizionalità sulla decarbonizzazione.